Il decalogo del matrimonio (cristiano) felice.

Roberto Marchesini, noto psicoterapeuta cristiano e autore di diversi libri, ci offre nel suo saggio E vissero felici e contenti diversi spunti interessanti tra cui il decalogo per un matrimonio felice. Mi è piaciuto molto. Una lista senza velleità di essere scientifica, ma al tempo stesso molto utile per riflettere sul nostro matrimonio e su alcuni accorgimenti che potrebbero migliorare la relazione.  Di seguito riporto i dieci punti aggiungendo un mio breve commento.

  1. Non cercare la tua soddisfazione, ma quella del coniuge. Per questo ti sei sposato. E’ importante avere sempre presente questa verità. Lui/lei non potrà mai renderti completamente felice. Non puoi controllare le sue scelte, il suo comportamento e il suo agire. Ciò che puoi fare e di cui hai il pieno controllo è impegnarti a fondo per renderlo/a felice. Questo hai promesso nel matrimonio. Senza mettere sulla bilancia quanto e cosa ti offre l’altro/a. Il tuo amore deve essere incondizionato. Solo questo ti può far vivere in pienezza il tuo matrimonio che prima di tutto è una vocazione cioè la tua risposta all’amore di Dio che Lui ti ha già dato.
  2. L’amore non è un sentimento, ma una scelta, una decisione, una promessa. Non vale dire non sento più nulla. Non lo/la amo più. L’amore non è sentire. L’amore, come abbiamo visto al primo punto, è volere il bene dell’altro/a. Volerlo e darsi da fare per offrirglielo. Il matrimonio è soggetto, essendo una relazione non a termine e quindi lunga, a sbalzi nei nostri sentimenti, a momenti di sentimenti forti e altri di aridità. Ci saranno momenti in cui non saremo sostenuti dalla passione d’amore. Non importa possiamo e dobbiamo amare comunque.
  3. Il tuo coniuge è diverso da te: ricordatelo. Spesso siamo portati a dare al nostro coniuge quello che piace a noi. Spesso non comprendiamo che parole o atteggiamenti che per noi sono normali e non negativi possano invece dare fastidio al nostro coniuge. Non è lui/lei ad essere esagerato. E’ soltanto diverso/a da noi. Amare significa preoccuparsi della sensibilità dell’altro/a e amarlo/a nel modo che a lui/lei piace. Non serve amare una persona in un modo che non le trasmette amore. E’ nostro impegno di sposi conoscere qual’è il modo migliore per dare il nostro amore.
  4. La differenza tra marito e moglie è una ricchezza, non una disgrazia. Uomo e donna sono diversi. Non lamentiamoci per questo, ma al contrario contempliamo la bellezza dell’altro/a che ci attrae proprio perchè è qualcosa che non ci appartiene, ma che ci appare un mistero meraviglioso. Nel maschile e femminile che si uniscono c’è una ricchezza tale da essere l’immagine terrena più vicina alla famiglia trinitaria di Dio. Ricordiamocelo e ringraziamo Dio per averci donato una creatura tanto diversa da noi e per questo incantevole e affascinante.
  5. Il tuo matrimonio dipende anche da te: stai facendo tutto il possibile? Siamo inclini a notare le mancanze dell’altro/a molto più facilmente rispetto alle nostre. Spesso non serve continuare a lamentarsi per ciò che non fa l’altro. Cosa posso fare io per migliorare la situazione? E non tiratemi fuori che fate già molto più di lui/lei. La relazione sponsale non è luogo per fare i sindacalisti. Ricordate che vincete o perdete insieme.
  6. Fa’ qualcosa per rendere più piacevole la vostra casa. Il talamo nuziale è il sacer della coppia. Sacer è quel luogo recintato dove nell’antichità precristiana si entrava il relazione con il divino. Non a caso la persona preposta ad essere mediatore e ad offrire sacrifici ed olocausti era il sacerdote. Termine che ancora oggi usiamo. Il talamo è questo recinto sacro della coppia dove si manifesta in modo più visibile e percepibile il noi, la relazione abitata da Dio. Si può estendere questo recinto a tutta la casa. La casa è luogo sacro della famiglia. Non solo della coppia. E’ il luogo dove la famiglia si ritrova attorno alla tavola. Il luogo dove si custodiscono i ricordi belli e brutti. Il luogo dove c’è dialogo e relazione. Luogo di preghiera. Luogo anche di contrasti e di litigi, ma sempre nella certezza di essere amati. Luogo di condivisione e di libertà di mostrarsi per quello che si è senza dover dimostrare nulla. Per questo è importante curare la nostra casa. Significa considerare prezioso tutto ciò che rappresenta, Significa considerare preziosa la nostra famiglia e la nostra relazione.
  7. Non devi difenderti dal tuo coniuge: è il tuo migliore alleato, non un nemico.  Altro punto delicatissimo. Quante volte abbiamo paura del giudizio del nostro coniuge? Quante volte siamo i primi a giudicare? Il matrimonio deve essere luogo di sostegno e non di condanna. L’altro sbaglia, su questo non c’è dubbio. E’ importante farglielo capire. Anche su questo non c’è dubbio.  Possiamo porci con lo sguardo giudicante e sprezzante di chi, mettendo in evidenza le fragilità e i peccati dell’altro, si vuole in realtà esaltare.  Oppure possiamo avere lo sguardo di Dio, di chi vede oltre l’errore. Guardare con gli occhi di Dio significa anche giudicare il nostro coniuge con l’atteggiamento e la modalità di Dio. Dio sta in alto, ma proprio perchè sa di essere molto più di noi, scende e si mette al di sotto di noi. Per amore si abbassa e con noi, aspettando i nostri tempi e la nostra volontà, si rialza riportandoci in alto con Lui. Il giudizio diventa così via di salvezza e non di condanna. Anche nel matrimonio accade, o dovrebbe accadere la stessa cosa. Si impara a non mettersi in alto a sparare sentenze e condanne, che non aiutano, ma affossano ancora di più l’amato/a. Se ci accorgiamo di qualche errore e fragilità del nostro sposo o sposa dobbiamo avere la forza e la pazienza di abbassarci, e con tanta tenace tenerezza aiutarlo/a a rialzarsi. Servirà magari ingoiare bocconi amari, subire umiliazioni e dover accettare ingiustizie, ma questa è l’unica via che può aiutare una persona a risorgere, è la via della croce.  Prima di puntare l’indice guardiamo il nostro anulare e la fede che portiamo, segno della nostra promessa e unica via per la nostra santità e quella del nostro coniuge.
  8. Se vuoi qualcosa devi dirlo, altrimenti non c’è modo per gli altri di saperlo.  Questo punto riguarda in particolar modo le fanciulle. Uomo e donna sono diversi tra loro. Lo sono più di quello che voi possiate pensare. L’uomo, nella maggior parte dei casi, non desidera altro che rendere felice la propria sposa. Spesso non serve neanche molto. Basta la parola giusta, basta anche il silenzio a volte. Deve però sapere il vostro pensiero, le vostre sensazioni e il vostro stato emotivo. Non pretendete che capisca da solo. Non pretendete da lui più di quello che può darvi, resterete insoddisfatte voi e frustrato lui che non capirà nulla. E anche quando non avesse tutta questo desiderio di accontentarvi non potrà dire di non aver capito. Sta a voi essere chiare.
  9. Occuparsi di sè non è egoismo: è un modo per fare agli altri un regalo più bello. Non chiudiamoci in famiglia. Non rinchiudiamoci in famiglia. La famiglia non è una prigione. Se abbiamo interessi che coltiviamo non smettiamo di farlo. Sempre con moderazione e senza sacrificare la nostra relazione sponsale, ma non annulliamoci. E’ importante che comprendiamo questo per noi e per il nostro coniuge. Se io esco di casa per giocare a calcetto con i miei amici e poi torno in famiglia contento, sfogato e rilassato riuscirò ad essere anche un padre e un marito migliori . Se la mia sposa ama andare con le amiche al cinema ogni tanto perchè riesce così a staccare e a rilassarsi ben venga. So che quando tornerà sarà più disponibile e aperta anche nei miei confronti. Sta a noi trovare il giusto equilibrio affinchè il nostro primo pensiero sia per la famiglia, ma che non diventi l’unico pensiero cancellando tutto il resto.
  10. Tra marito/moglie e suocera non mettere il dito.  Spesso esistono tensioni nella coppia causate dal rapporto non sempre indipendente tra il coniuge e la sua famiglia di origine. Quando ci sposiamo dobbiamo  essere ben consapevoli che se il nostro coniuge ad esempio è un mammone, non smetterà di esserlo improvvisamente per grazia divina una volta sposati. Ci stiamo prendendo un grosso rischio. Dobbiamo esserne consapevoli. Se decidiamo di correrlo non possiamo poi pretendere nulla da lui/lei. Se siamo fortunati e riusciamo a mettere centinaia di chilometri tra noi e la sua famiglia non ci sono grossi problemi. Nel caso invece abbiamo i suoceri vicino la scelta più sbagliata che possiamo compiere è ricattare e mettere di fronte ad una scelta (tardiva) il nostro sposo o la nostra sposa. Non possiamo metterci in mezzo cercando di dividerli. Dobbiamo al contrario lasciare piena libertà all’altro/a facendo di tutto per attirarlo/a a noi. Quando si inizia una guerra con la famiglia di origine di solito non ci sono mai vincitori, ma solo morti e feriti.

Antonio e Luisa

Dio ci parla con la voce della persona che abbiamo accanto.

La prima lettura di ieri ci offre una interpretazione particolarmente interessante. Ammetto che anche a me era sfuggita. E’ stato il mio parroco che l’ha evidenziata durante l’omelia.

Il Signore si rivolse a Mosè dicendo:
“Parla ad Aronne e ai suoi figli e riferisci loro: Voi benedirete così gli Israeliti; direte loro: Ti benedica il Signore e ti protegga. Il Signore faccia brillare il suo volto su di te e ti sia propizio. Il Signore rivolga su di te il suo volto e ti conceda pace. Così porranno il mio nome sugli Israeliti e io li benedirò”.

Mosè avrebbe potuto obiettare a quella richiesta. A cosa serviva quel compito a lui assegnato? Non poteva Dio rivolgersi direttamente ad Aronne e agli altri israeliti?

Fallo  direttamente tu che sei Dio! A cosa ti servo io? Sei immensamente più grande e potente di me. Ti daranno più ascolto. –  avremmo fatto questo pensiero nei panni di Mosè.

Invece Dio è sorprendente. Vuole arrivare alle persone attraverso altre persone. Ha bisogno che qualcuno dia la sua voce, le sue mani, i suoi piedi, il suo impegno, la sua testimonianza per arrivare ad ognuno di noi.

C’è bisogno di qualcuno che ascolti la sua Parola attraverso il Vangelo e tutta la scrittura, che la faccia propria e che la metta in pratica. La metta in pratica in gesti e atteggiamenti concreti.

Nel matrimonio questo è particolarmente evidente. Siamo noi Mosè l’uno per l’altra. Siamo noi che dobbiamo dare voce e corpo a Dio per l’altro/a. Siamo noi che attraverso il nutrimento che viene dalla Parola quotidiana (dovremmo leggere sempre la Parola del giorno), la preghiera e i sacramenti dovremmo essere capaci di manifestare attraverso la nostra mediazione l’amore di Dio per l’altro/a, la benedizione di Dio per l’altro/a. Le nostre carezze sono le carezze di Dio, il nostro perdono è il perdono di Dio, i nostri abbracci sono gli abbracci di Dio, il nostro sostenere e benedire (dire bene) è fatto da Dio attraverso di noi.

Questo è bellissimo. E’ bellissimo per noi che viviamo entrambi una vita di fede, almeno ci proviamo. E’ bellissimo anche per quella sposa o quello sposo che non ha la grazia di condividere il cammino di fede con il coniuge. Questa persona può, attraverso questo modo di amare il coniuge, cioè farlo per Dio, far giungere anche all’altro/a che è lontano il calore dell’amore di Cristo e chissà, con il tempo e la perseveranza, ricondurlo a Lui.

Antonio e Luisa

Cosa mi manca per essere santo? E’ una domanda che tutti dovremmo farci.

Oggi vi scrivo qualcosa di personale, ma credo che possa essere utile anche ad altri. Credo sia un problema molto comune. Il mio padre spirituale mi ha assegnato un compito. Purtroppo non sono stato molto costante nell’eseguirlo, ma ha portato ugualmente i suoi frutti. Mi ha consigliato di mettermi in ascolto di Gesù davanti al Santissimo. Un quarto d’ora tutti i giorni. Sembra un compito abbastanza semplice. Un quarto d’ora passa in fretta. Invece ha colto nel segno. Faccio fatica ad entrare in relazione con Lui. La testa mi si affolla di tante altre cose. Perchè me lo ha chiesto? Perchè nonostante tutto quello che scrivo e che cerco di vivere non sono nella pace. C’è ancora qualcosa che mi impedisce di fare quel salto di qualità che distingue la persona che ha davvero fede in Gesù da chi è ancora non riesce. Eppure ho capito tante cose, ho una moglie che mi ama incondizionatamente. Ho incontrato persone sante che mi hanno indirizzato verso il bene. Ho sperimentato la potenza di Dio nella mia vita attraverso i sacramenti e il matrimonio in particolare. Eppure cosa mi manca? Perchè non riesco ad andare oltre? Perchè non riesco ad essere tutto di Gesù? Padre Andrea mi ha chiesto di riflettere proprio su questo. Davanti a Gesù, mettendomi a nudo, senza cercare scuse, ho trovato anche la risposta. La risposta è in un episodio evangelico.

Tu conosci i comandamenti: Non uccidere, non commettere adulterio, non rubare, non dire falsa testimonianza, non frodare, onora il padre e la madre».
Egli allora gli disse: «Maestro, tutte queste cose le ho osservate fin dalla mia giovinezza».
Allora Gesù, fissatolo, lo amò e gli disse: «Una cosa sola ti manca: và, vendi quello che hai e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; poi vieni e seguimi».
Ma egli, rattristatosi per quelle parole, se ne andò afflitto, poiché aveva molti beni.
Gesù, volgendo lo sguardo attorno, disse ai suoi discepoli: «Quanto difficilmente coloro che hanno ricchezze entreranno nel regno di Dio!».

La risposta è esattamente questa. Io non sono capace di lasciare tutto per Gesù. Non voglio perdere ciò che ho. Chiara Corbella diceva che tutto è Grazia. Diceva che il contrario di amore non è odio, ma il possesso. Ecco io non riesco a mollare il possesso di quello che ho. La mia famiglia, la mia sposa, la mia casa e tutto il resto. Tutte ricchezze importanti e da custodire. Non devono però nascondere una povertà di fondo. Una povertà profonda. La ricchezza più grande e l’unica davvero fondamentale è l’amore di Dio. Amore che diventa autentico e pacificante quando è nutrito in una relazione con il Signore. Non si può amare Dio se non lo frequentiamo, se non lo conosciamo e se non riusciamo ad instaurare una vera relazione d’amore con Lui. Il mondo ha perso questa capacità. Almeno il mondo occidentale. Io non sono ancora riuscito ad averla fino in fondo. La differenza tra me è una santa dei giorni nostri come Chiara Corbella è in questo. Una differenza, che sembra piccola, ma che mi pone ad anni luce dalla sua santità. Non basta una vita buona. Non basta. Non basta al giovane ricco del Vangelo come non basta a me. Ringrazio padre Andrea per avermi costretto a mettermi davanti alla mia miseria. Adesso so il lavoro che devo fare. Adesso so che devo perfezionare, curare, nutrire la mia relazione con Gesù. Adesso ho capito che devo lasciare sempre più non solo il peccato, ma anche la mia debolezza che mi spinge a fare delle cose belle che Dio mi ha donato il senso di tutto. E’ un’illusione. Tutto quello che è di questo mondo è destinato a finire e a non lasciare che polvere. Tutto è destinato a finire se non inserito in amore più grande, in un amore eterno e senza fine. L’amore di Dio. Per il nuovo anno mi aspetta un duro, ma mi auguro proficuo lavoro.

Ultimo consiglio che mi sento di darvi: cercatevi un padre spirituale se non lo avete. Questo mondo è duro. Da soli non è facile discernere e crescere nella fede, nell’amore, nella speranza  e nelle nostre potenzialità di uomini.

Antonio e Luisa

 

Cosa mi porto di quest’anno?

Ogni volta che si fa prossima la fine dell’anno viene quasi naturale riflettere su quello che è stato. Su quello che sono stato io. E’ stato un anno buttato oppure mi è servito per maturare un po’ di più, per imparare un po’ di più ad essere uomo? Per imparare un po’ di più ad amare e ad accogliere l’amore della mia sposa? Come sono stato con i miei figli? Sono stato capace di essere una guida e un padre decente? Sono stato soprattutto capace di trasmettere loro uno sguardo che va oltre l’immanente? Uno sguardo che apre all’amore eterno, incondizionato e misericordioso di Dio? Questa è la dote che mi porterò nel nuovo anno. Solo l’amore. L’amore naturale come padre e come sposo e l’amore divino a cui rivolgere lo sguardo. Null’altro è importante. Ecco perchè ciò che mi porterò nel nuovo anno non saranno i successi lavorativi, il libro pubblicato, le ospitate in televisione e i soldi che ho nel conto corrente (che sono peraltro molto pochi). Tutti ricordi molto belli, ma che non fanno ricchezza umana e spirituale. Ciò che mi porterò sono le carezze di mia moglie. Mi porterò i suoi perdoni per me e i miei perdoni per lei. Mi porterò i litigi con i nostri figli che mi hanno permesso di comprenderli meglio e di rettificare il mio atteggiamento sbagliato con loro. Mi porterò i momenti difficili affrontati insieme che ci hanno reso più forti. Mi porterò i suoi pianti e i suoi sorrisi. Mi porterò le sue parole e suoi silenzi. Mi porterò i momenti speciali, ma forse ancor di più quelli che non hanno avuto niente di speciale se non la sua presenza. Mi porterò gli incontri bellissimi che mi sono stati donati da Dio attraverso questo blog, credo come centuplo in ricompensa della fatica che mi costa curarlo. Penso a Claudia e Roberto. Due persone che non abbiamo visto che per poche ore, ma che ci sono già dentro il cuore. Cristina che ci ha trasmesso tanta forza, convinzione e fede. Donna eccezionale. Penso a Marco che nella sua semplicità ed umiltà ci ha accolto come fratelli. Penso alle tante persone che hanno condiviso le loro gioie e i loro dolori con noi. Penso alle persone incontrate durante i nostri corsi. Mi porterò la loro gioia e le loro lacrime alla fine del corso. Mi porterò le loro testimonianze che mi hanno commosso. Mi porterò tutto questo con la convinzione che non sia stato un anno buttato, ma un anno speso bene. Un anno che mi ha permesso di scoprire un pochino di più l’uomo che sono e che mi ha avvicinato così alla verità e al mio Dio. Nonostante tutte le mie cadute e i miei peccati. Quelli però non me li porto dietro. Quelli li ho lasciati al confessore, li ho lasciati a Gesù che ha già pagato per me.

Antonio e Luisa.

Pietro+Filomena

Carissimi amici, il Signore vi dia Pace!

Siamo Pietro e Filomena, autori del Blog “Sposi&Spose di Cristo”

Purtroppo per voi, Antonio e Luisa ci hanno chiesto di scrivere qualcosa per il loro bellissimo Blog “Matrimonio Cristiano”, ed ora eccoci qui a fare le presentazioni 🙂

Io e Filomena ci siamo sposati il 4 Ottobre del 2013 e al momento del matrimonio eravamo entrambi, per motivi diversi, senza lavoro; ma non abbiamo voluto ipotecare e rinviare a “chissaquando” la nostra vocazione, la nostra chiamata cioè ad essere uniti in Cristo che abbiamo sentito e compreso…e dunque…abbiamo pronunciato il nostro “SI” all’altro coniuge ed al Signore confidando nella certezza che Lui non ci lascia mai soli.

La Grazia dei Sacramenti -come ad esempio il Sacramento della Riconciliazione- davvero ci ha aiutato a fare chiarezza per capire chi siamo e cosa può desiderare da noi il Signore. Siamo stati aiutati a fare memoria anche di tutti i doni ricevuti, delle Sue prove d’amore nei nostri confronti ed è così che siamo partiti alla volta di questa grande avventura che si chiama Matrimonio!!!

Pur avendo entrambi origini del Sud-Italia (Pietro dalla Puglia e Filomena dalla Calabria) ci siamo sposati in Umbria, a Gualdo Tadino (Perugia), vivendo proprio in questo piccolo e grazioso paesino (che vi consigliamo di visitare!!!) per i primi mesi da sposi novelli. Speravamo di trovare occupazione negli ambiti per cui siamo specializzati (…la Sociologia di Pietro e la Teologia di Filomena) ma come tutti viviamo e sappiamo, la crisi economica ha chiuso tante possibilità ai giovani formati…ma abbiamo continuato a sapere che il Signore “che nutre gli uccelli del cielo e veste i gigli dei campi” non sarebbe venuto meno nel suo affetto e nella sua cura per noi!

Poche settimane dopo esserci sposati abbiamo scoperto di essere già in attesa della nostra prima figlia (CHE GIOIA!!!) e la necessità di trovare presto un lavoro aumentava esponenzialmente. Tutti i nostri curriculum inviati dappertutto non hanno ricevuto risposta…

Nei primi giorni di Febbraio del 2014, Filomena (…….le donne hanno una marcia in più…c’è poco da fare!!!) mi parla di un desiderio che le sarebbe piaciuto realizzare: “Sarebbe bello aprire un negozio per vendere i prodotti provenienti dai Monasteri!”…mi disse.

L’idea è bella, ma come realizzarla? …Beh…innanzitutto abbiamo messo davanti al Signore questo progetto…senza davvero sapere da dove avremmo dovuto iniziare.

Qualche giorno dopo, ovvero il 14 Febbraio 2014, mentre il pancione di Filomena cresceva, abbiamo fatto una passeggiata per le vie di Assisi ed è così che abbiamo notato che diversi locali commerciali erano liberi per essere affittati. Abbiamo preso un po’ di numeri telefonici ed abbiamo trovato il locale adatto alla nostra attività commerciale.Abbiamo iniziato a parlare del nostro progetto a diversi Monasteri con cui da tempo eravamo in contatto e grazie anche alla fiducia che loro ci hanno dato, abbiamo iniziato a credere sempre di più che si poteva partire con questo nuovo lavoro.

Il 5 aprile del 2014 abbiamo aperto “La Bottega del Monastero – Assisi”! Nel giro di un mese e mezzo ci siamo ritrovati a portare avanti un negozio unico in Assisi e unico in Italia. Siamo infatti il primo negozio che propone esclusivamente Artigianato dai Monasteri gestito interamente da laici.

A giugno è nata la nostra prima figlia…Unica, irripetibile opera d’arte del Creatore!!!

Ed ecco l’abbondanza della Provvidenza per noi: due persone che non hanno niente si affidano e ricevono tantissimo, eccoci qui: possiamo testimoniare che il Signore ha cura di chi spera nel suo amore.

Nel nostro negozio abbiamo avuto la grazia di fare molti incontri bellissimi! Quanti volti abbiamo incontrato tra quelle mura! Quante storie ci sono state affidate e quanti accenti diversi abbiamo ascoltato! Un feedback che moltissimi clienti ci hanno spesso rimandato era questo: “Qui c’è un clima di preghiera!”…e di questo siamo grati al Signore!!! Ed è per questo che molta della gente che ha acquistato da noi, è poi tornata a trovarci ancora e con molti di loro è nato anche un legame (con alcuni una vera amicizia) che ancora oggi va avanti…unita in Cristo!

A luglio del 2016 è nata la nostra secondogenita…unica, irripetibile meraviglia di Dio e del Suo immenso Amore!!!

Dopo un nostro discernimento familiare, dovuto anche al fatto che ad ottobre 2016 l’Umbria è stata colpita da una serie di terremoti molto forti, abbiamo deciso di lasciare Assisi per trasferirci altrove. Da Novembre 2016 ad Aprile del 2017 abbiamo vissuto in un  Convento di Frati Minori (Francescani), dove ci siamo presi un tempo per riflettere e capire cosa il Signore ci stesse dicendo. Alla fine, accompagnati dal nostro direttore spirituale, oggi viviamo in Calabria ed è da qui che siamo ripartiti con una nuova vita.

Pian piano ci stiamo inserendo nel tessuto locale e ci siamo reinventati (per grazia) un nuovo lavoro: il nuovo progetto è oggi un Sito Web  “www.artigianatodaimonasteri.it”  un modo per continuare ad essere presenti con la nostra seppur piccola e misera testimonianza, ma per offrire (ora senza più confini territoriali) la possibilità a tutti di poter acquistare i nostri prodotti realizzati a mano e nella Preghiera in molti Monasteri d’Italia. Come recita il nostro motto: “Solo da noi…la Preghiera si fa Arte!!!”

Filomena invece insegna Religione cattolica a scuola e sempre con l’aiuto di Dio portiamo avanti la nostra famiglia cercando uno stile di vita sobrio e gioioso.

A Gennaio del 2018 abbiamo purtroppo, a poche settimane dall’inizio della gravidanza, perso il nostro terzogenito. E’ stata un’esperienza molto dolorosa e la consolazione viene dalla certezza che lui (o lei) ora è nelle mani di Dio…e certamente prega per i suoi genitori e per le sue sorelle. ❤

Nel 2018 abbiamo creato questo piccolo Blog “Sposi&Spose di Cristo”, un Blog “artigianale” per assecondare il nostro desiderio di condividere la nostra storia di vita matrimoniale cristiana e alcune riflessioni sulla vita da Sposi e dare la possibilità anche a chi lo desideri di raccontare la propria esperienza.
Vorremmo creare una sorta di bagaglio da mettere a disposizione di tutti…affinché chi vuole possa trarne beneficio per la propria vita.

Siamo molto attratti dalla riflessione teologica sul Sacramento del Matrimonio, siamo innamorati della Famiglia e dalla scorsa estate ci stiamo formando seguendo il Corso di Alta Formazione in consulenza familiare con specializzazione pastorale; si tratta di un bellissimo Master voluto dalla Conferenza Episcopale Italiana in collaborazione con la Pontificia Università Lateranense.

Ci fermiamo qui, sperando di non avervi annoiato 🙂

Vi chiediamo di ricordarvi di noi nelle vostre preghiere. Grazie e il Signore ci doni la Sua Pace!!!

Pietro Antonicelli e Filomena Scalise, 28 Dicembre 2018

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Il nostro matrimonio è la mangiatoia dove è posto Gesù

Ora, mentre si trovavano in quel luogo, si compirono per lei i giorni del parto.
Diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo depose in una
mangiatoia, perché non c’era posto per loro nell’albergo

Gesù posto in una mangiatoia. Non può essere un caso. Nulla nei Vangeli accade per caso. Nulla che non sia utile a comprendere qualcosa di importante trova spazio nei Vangeli. Ogni parola ha un peso e un significato per farci comprendere qualcosa. La mangiatoia è il luogo dove viene posto il cibo. Il Natale richiama quindi la Pasqua. Il Natale richiama già la morte. Secondo alcuni studiosi anche ricordare che Gesù bambino viene avvolto in fasce è un forte richiamo della morte. Gesù fin dall’inizio è l’immolato per noi, per la nostra salvezza. Tutto inizia nel Natale e trova compimento nella Pasqua.

Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in
eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».
Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui.

Il Natale della coppia di sposi è il giorno del matrimonio. Lì durante la celebrazione di quel sacramento, attraverso il rito delle nozze, Gesù nasce in quella relazione facendo dell’amore sponsale la sua mangiatoia. Ci avete mai pensato? Il vostro matrimonio richiama la natività. Gesù abiterà fino alla morte dei coniugi quella relazione, facendone luogo sacro e santo. Ciò ha un significato anche molto concreto. Quando siamo in difficoltà, quando sentiamo la pesantezza della vita, quando sentiamo le forze mancare, quando i nostri limiti e le nostre debolezze rendono difficile la pace in famiglia. Proprio in questi momenti in cui sentiamo più difficile essere in relazione, porci uno di fronte all’altra senza maschere e barriere. Proprio in questi momenti bisogna chiedere l’aiuto di Gesù. Bisogna fermarsi e chiamarlo. Nei sacramenti e nella preghiera certamente, ma anche, e forse ancor maggiormente, rendendo grazie e servendo il nostro Signore nel nostro coniuge. Ed ecco che la supplica più potente che possiamo fare a Dio è amare nostra moglie o nostro marito. Concretamente significa una carezza, un abbraccio, una parola buona, un gesto di servizio o di cura. Significa accoglierlo/a quando non ne avremmo voglia. Significa fare il primo passo per riavvicinarci. Significa superare l’orgoglio e perdonare. Non ne siete capaci? Provate e vedrete che riuscirete. Metteteci volontà e desiderio e Gesù che abita lì dove lo state cercando, nella vostra relazione, nella mangiatoia del vostro matrimonio, vi darà tutto il nutrimento e la Grazia necessari per superare ogni difficoltà.

Gesù è nato. E’ nato anche nel vostro matrimonio?

Antonio e Luisa

 

L’amore sponsale non è spirituale ma ci chiede anche il corpo.

Quanto è difficile trovare un equilibrio tra anima e corpo. Anche nella Chiesa di Gesù. Lui che per mostrarci come sia importante vivere la nostra vita in anima e corpo è sceso sulla terra e ha preso carne. Vero Dio ma anche vero uomo. Perchè scrivo di questo? Perchè è facilissimo far cadere il nostrol rapporto sponsale nelle due grosse devianze rispetto la verità dell’uomo. Io le chiamo eresie. La prima esalta il corpo sullo spirito. La seconda, al contrario, lo spirito sul corpo. Spirito e corpo sono ambedue importanti ed ambedue determinanti. Oggi non voglio parlare della prima “eresia”. Non voglio parlare di pornografia, adulterio e di lussuria. Non voglio parlare di chi confonde il sentire con l’amore. Di queste cose ho già scritto diverse volte. Voglio soffermarmi sull’altra “eresia”. Spesso sottovaluta e creduta, in realtà, quasi un pregio piuttosto che un vizio. In realtà lo spiritualismo è pericolosissimo. Consiste nel privare il rapporto sponsale di tutta la sua componente più sensibile e carnale, riducendo tutto ad una relazione oblativa e spirituale. Chi cade in questa devianza  è fuori strada esattamente come chi cade nel materialismo. Giusto ieri ho letto l’ennesimo post su facebook dove viene esaltata la astinenza nel matrimonio, Come se una coppia di sposi che volesse perfezionarsi e raggiungere una santità e purezza autentica dovesse rinunciare ai rapporti. Tutte scemenze.

Per farmi capire meglio condivido una riflessione tratta da un libro di don Carlo Rocchetta, che pone in evidenza come l’intimità tra gli sposi non solo sia importante ma è determinante per vivere un matrimonio felice e fecondo d’amore.

Siamo portati  a concentrarci sullo spirito , la preghiera e il rapporto con Gesù  e va bene, ma non pensiamo di poter costruire la casa senza curare le fondamenta che nel matrimonio sono rappresentate da ogni atto d’amore e in particolare l’amplesso fisico.

Il matrimonio è un sacramento sessuato, tra un uomo e una donna, che non si amano come angeli, ma come uomini e il corpo diviene mezzo fondamentale per esprimere tutto l’amore più profondo e puro.

Nella misura in cui si amano (gli sposi), amano Dio, e viceversa. Il sì iniziale è un sì a diventare una sola carne a immagine dell’una caro Cristo-Chiesa, al punto da poter dire che l’essere dei due in una sola carne (Gen. 2,24) fa nascere l’esistenza di una nuova personalità mistica. Di qui la conseguenza: una sposa che diverte il corpo, cioè lo sottrae o tenta di sottrarlo alla piena donazione fisica al consorte, sia pure per un falso concetto di castità nuziale o che vorrebbe unirsi come un angelo senza corpo, viene meno alla perfezione della sintesi dell’attuazione nuziale in senso naturale. Gli sposi devono donarsi con tutta l’anima, tutto il cuore, con tutto il corpo, senza sottrazioni e limitazioni.

(…) i rapporti nuziali, pur essendo umani diventano realizzazioni sacramentali

(Teologia del talamo nuziale – Don Carlo Rocchetta)

Antonio e Luisa

 

Buon Natale!

Condivido l’articolo di Avvenire con il quale la giornalista Benedetta Verrini intervista Luisa e anche Maria Marzolla (anche lei scrive su questo blog) e presenta i nostri rispettivi libri. Buon Natale a tutti.

Scrive Gianfranco Ravasi, citando un proverbio berbero, che il corpo di una madre in attesa «è come una tenda nel deserto quando soffia il ghibli, è come l’oasi per l’assetato, è come un tempio per chi prega il Creatore». Non c’è nulla di più miracoloso, potente e allo stesso tempo tenero e struggente del diventare madri, e il mistero della Nascita che si celebra il 25 dicembre attraversa ogni donna. «La maternità è ricchezza, è la fecondità dell’amore. È il più bel viaggio che si possa intraprendere, ma anche il più impervio», scrive Maria Marzolla, autrice di Due occhi in più, un libro che racconta l’attesa di un figlio ma anche la nascita di due genitori. «Il bambino comincia la sua strada fin dal primo istante, insegnandoti che niente è come ti aspetti » spiega. «Alla mia prima gravidanza sono rimasta costretta a letto. Mi sono chiesta subito cosa c’era di positivo in quello stop: avevo fatto programmi, avevo scadenze, mi immaginavo con i miei nuovi premaman in un turbine di attività. Niente di tutto questo: quella lunga pausa forzata ha cambiato la mia prospettiva, mi ha fatto vivere l’attesa interiormente. In fondo ero già in viaggio, ma ferma in una piazzola di sosta: a molti questi sembrano luoghi anonimi, invece sono straordinari affacci sul mondo».

Passo dopo passo, Maria Marzolla quel percorso lo racconta tutto, e sono parole universali, dalla scoperta dell’attesa fino alla corsia dell’ospedale, quando «in adorazione davanti alla vostra creatura ci si sente come Magi, la vita ora è manifestata, il cammino iniziato nove mesi prima ha raggiunto il primo grande traguardo, ma in realtà è solo una tappa dalla quale si riparte per intraprendere un nuovo cammino di vita».

E subito si viene sfidati dall’immagine idealizzata, sempre performante, quasi sovrumana che la società contemporanea detta alla donna, alla famiglia, ai bambini. La maternità diviene a volte quasi uno storytelling, dove tutto appare perfetto, dove non si possono ammettere fatiche, sofferenze, prove, difetti. «Bisogna imparare a non nascondere le parti più difficili», riflette Marzolla. «Noi donne tendiamo a voler fare tutto, a volte siamo tentate di estromettere gli uomini dall’accudimento dei figli, ma noi non siamo infallibili. La vita vissuta smonta ogni pezzo delle tue certezze, e da lì allora si parte a ricostruire». «Se le cose vanno in un certo modo, è perché Qualcuno, con la Q maiuscola, ha deciso che puoi affrontarlo», dice Annalisa Sereni, che con Semplicemente una mamma ci ha permesso di conoscere la sua famiglia e di ascoltare la storia di Lui, settimo figlio, nato con un cromosoma in più. «Della sindrome di Down si parla poco e anche a sproposito », spiega. «Con questo libro ho voluto dare una testimonianza e spiegare che la sindrome non determina la persona: abbiamo sempre paura di ciò che non conosciamo, ma io oggi posso dire che la mia famiglia è una meravigliosa città in cui ci si protegge a vicenda, e non è assolutamente detto che il più debole sia quello con la sindrome di Down». Ogni donna è fatta per accogliere, riflette Annalisa, che si è raccontata ancora in un secondo libro, Le mie ricette e altri guai (San Paolo), fotografando con amore e ironia la fatica e la gioia di avere una famiglia così numerosa (a cui si è aggiunto un ottavo figlio, accolto in adozione). «Sin da piccola ho sognato di avere tanti figli: immaginavo i loro nomi. Non erano mai meno di dieci», scrive, e sfatando tutti i luoghi comuni che oggi si sovrappongono alle donne che scelgono di avere una famiglia numerosa («ti piacciono i bambini? », «sei ricca e puoi permetterteli?», «sei cattolica?»), parla invece di curiosità. «Se chiedo a Dio di mandarmi un altro figlio, questa volta, chi mi manderà?», scrive. «Avere tanti figli è un desiderio che nasce da dentro: all’inizio ha la luce di un cerino, un piccolo pensiero tremulo e delicato. Poi di- venta una candelina, un fuocherello che pian piano si alimenta. Alla fine è un incendio che tutto avvolge con fiamme alte e bellissime. È il desiderio di una nuova vita».

Luisa De Rosa, che con il marito Antonio è autrice de L’ecologia dell’amore, racconta dei suoi ragazzi «che hanno segnato un “prima” e un “dopo” nelle nostre vite. Ora che stanno crescendo, nella sfida di educarli ci mettiamo anche il desiderio profondo che riescano a vedere quanto i loro genitori si vogliono bene, e ci auguriamo che questo li nutra come persone», spiega. Non a caso il libro, che nasce dall’apostolato di padre Raimondo Bardelli, mette a fuoco l’amore di coppia come «naturale, ecologico», intendendo un amore che è donarsi e accogliersi tra due persone, in un’unione

profonda che coinvolge cuore e corpo. Citando Amoris laetitia, in cui papa Francesco ricorda come il mutuo consenso e l’unione dei corpi siano «gli strumenti dell’azione divina» che rende gli sposi una sola carne, il libro dei De Rosa ricorda che vivere bene il matrimonio «significa offrire un culto gradito a Dio, significa rendere visibile il suo amore. Vivere bene il matrimonio è la prima cosa che Dio ci chiede e si aspetta da noi». Un amore generoso, fedele, unico, indissolubile. «È attraverso la coppia che nascono i figli, e attraverso la coppia si crescono e si educano: noi mamme oggi siamo trascinate da ogni lato, è difficile tenere insieme lavoro, casa, educazione dei ragazzi che crescono e diventano sempre più sfidanti. Ma i padri sono sempre più presenti, e l’amore della coppia “lavora” anche per questo intenso compito educativo».

Nella contemplazione del presepe, nel pensiero di quel Figlio che è arrivato a cambiare il destino dell’uomo, ogni madre riflette sulla propria esperienza. «I figli ti dettano una nuova scansione del tempo, ristrutturano le priorità, insegnano a noi madri che se li abbiamo messi al mondo con il corpo, il padre che ci è accanto li ha messi al mondo con il cuore – conclude Maria Marzolla – e un Padre più grande è stato l’artefice di tutto questo, come dice il Salmo 139: Dio ha “tessuto” e “impastato” la creatura umana nel grembo della madre, e la conosce già, e nel suo libro “erano tutti scritti i giorni, già formati prima che ne esistesse uno solo”».

Il link alla pagina di giornale

Aspettiamo il Natale

Quando ero piccola la mia festa preferita era il natale. Adoravo il calore e il senso di famiglia che si respirava nell’aria. La preparazione dell’albero tutti insieme, la letterina a babbo natale per esprimere i nostri desideri, le cene e i pranzi di famiglia tutti insieme, nonostante la fatica delle relazioni. Il freddo fuori e il caldo dentro.

 

Solo oggi, a pensarci mi rendo conto che nel mio cuore di bambina non desideravo soltanto una quantità enorme di giocattoli. La verità è che coltivavo segretamente la speranza profonda che qualcosa nella mia vita potesse cambiare, ma cosa non ne avevo idea. Ero solo una bambina. Oggi sono una donna adulta, ma quella bambina desiderosa è ancora dentro di me e mi chiede di stare in attesa di qualcosa di nuovo e di sorprendente che possa trasformare la vita, aspetto uno di quei regali prezioso come un diamante. Aspetto l’AMORE di un Dio che ci tiene così tanto a me da prendere vita nella mia storia, nello spazio delle mie miserie e dell’indigenza, con la forza e la dolcezza di un neonato. Aspetto un AMORE che visiti le mie “periferie”, la dove mi sento abbandonata e scartata, là dove odio e rancore mi abitano. Aspetto te Gesù, che non disprezzi le mie ombre, ma sei pronto a prenderti cura della mia solitudine, a benedire tutti i fatti della mia vita. Aspetto un AMORE che scriva dritto sulle righe storte. Voglio te Gesù vicino a me. So bene che non risolvi i problemi come vorrei io, e allora fammi sentire amata e benedetta, perché non c’è fatica che io non possa tenere se mi sento voluta bene. Non voglio che ti sostituisci a me, anche se a volte mi farebbe davvero comodo, ma donami la gioia della tua presenza. Ogni volta che viene il natale, ogni volta che quel bambino viene svelato, mi ricordo che posso togliere le mie maschere e svelare il vero volto che c’è in me, di vedere ed esprimere chi sono davvero e vivere da AMATA. Voglio farti spazio Gesù perché tu possa portare pace nella mia storia, pace nel mio cuore e nella mia affettività, pace nelle mie relazioni. Oggi vieni per me e io ti accolgo Signore. Possa anche tu custodire il desiderio e l’attesa di questo AMORE TUTTO PER TE che oggi ti viene donato.

Claudia e Roberto

L’articolo originale sul blog Amati per amare

Il nostro sì ogni giorno della vita

In questo tempo di Avvento capita di fermarsi a pensare sulla Parola che la liturgia ci offre. Stavo riflettendo, qualche giorno fa, sul sì di Maria. Un sì che ha portato Maria ad accogliere dentro di sè (nel suo caso in modo molto concreto) la presenza di Dio. Attraverso quel sì ha dato pieno spazio nella sua vita al progetto di Dio per lei e per l’umanità intera.

Anche noi sposi siamo chiamati a dire il nostro sì. Non solo il giorno delle nozze. La vita di una coppia di sposi si costruisce sui sì. Il rapporto si costruisce sui sì.  Sì che molte volte costa fatica dire, altre volte richiedono coraggio, altre serve fiducia. Dei sì che aprono ad una relazione piena e che richiamano la scelta definitiva del giorno delle nozze. Il  sì della promessa matrimoniale non è che il primo e l’origine di una nuova vita Poi ci saranno chiesti moltissimi altri sì. Dai quali dipende la riuscita del nostro matrimonio esattamente come il primo. Penso a quelli più importanti, penso al sì di ogni apertura alla vita. Penso al sì che ci ha permesso di concepire ognuno dei nostri figli e di dare carne al nostro amore. Penso anche a quelli più ordinari, quelli che ci rinnoviamo ogni mattina. Sì di una vita ordinaria, ma che sommati l’uno con l’altro, giorno dopo giorno, stanno costruendo una relazione straordinaria.  Dei sì che ci hanno mostrato giorno dopo giorno il progetto di Dio su di noi, sulla nostra coppia e sulla nostra famiglia. Non a caso la promessa matrimoniale, che abbiamo pronunciato durante il rito, ci impegna ad amare l’altro/a non tutta la vita. Ci chiede molto di più. Ci chiede di farlo ogni giorno della nostra vita. Ogni giorno ci è chiesto di rinnovare il nostro sì.

Penso alla mia vita senza quei si. Come sarebbe ora? Me la immagino molto più semplice, meno impegnativa, ma anche molto più povera e vuota di senso. Per questo ogni volta che mi sento oppresso dai tanti impegni. Ogni volta che vorrei meno preoccupazioni. Ogni volta che la relazione con la mia sposa e soprattutto con i figli ormai adolescenti diventa complicata e fonte di contrasti. Ogni volta benedico Dio per avermi dato la forza di aver detto di sì e di rinnovarlo ogni giorno perchè in mezzo a tutto questo casino, che è la vita di un marito e di un padre normale come tanti, mi sento parte di uno straordinario amore. Sento che la mia vita ha un senso, che non la sto sprecando. Sento che c’è un Padre che ha preparato per noi qualcosa di meraviglioso e non mi è chiesto nulla per averlo se non dire ogni giorno. Sento che come Maria ha donato Gesù al mondo con un semplice, ma non facile si, anche noi con il nostro sì abbiamo fatto spazio a Gesù nella nostra famiglia.

Antonio e Luisa

 

Aspettiamo la tua salvezza Signore Gesù

Quanto vorremmo che il signore ci togliesse ogni problema, quanto vorremmo che ci sollevasse da ogni sofferenza. Pensiamo che la salvezza della vita nostra passi dalla risoluzione di ogni mancanza e dal cambiamento di ogni cosa spiacevole.

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Quanto vorresti che tuo marito si trasformasse, che la facesse finita coi suoi egoismi o mutismi, che per una volta si sintonizzasse coi tuoi bisogni emotivi. Quanto vorresti che tua moglie la smettesse con i suoi isterismi, con i miliardi di cose da fare che si trova per non fare l’amore con te. Quanto vorresti che i tuoi figli fossero diversi, senza quei difetti li, senza quei problemi che tanto ti snervano, ti toccano, ti destabilizzano o ti irrigidiscono. Perché diciamocelo questa vita terrena sembra sempre troppo piena di prove e difficoltà più grandi di noi, e tu non ti senti all’altezza di tutte quelle sofferenze che spesso sembrano schiacciarti. Ma in questo tempo prezioso di Avvento che la Chiesa ci ha donato, noi cristiani attendiamo la venuta del Signore, aspettiamo la salvezza per la nostra vita, per la nostra esistenza, per il nostro cuore. Ma che significa concretamente per la nostra storia? E come possiamo cogliere e godere di questa splendida opportunità che è l’Avvento, per sentirci visitati, toccati, salvati. Il primo passaggio è quello di poter contemplare un pensiero: e se quello che ti sta capitando nella tua vita adesso e che ti fa soffrire fosse una benedizione? E se quello che tu vivi come una condanna, come un flagello fosse un’opportunità per qualcosa di più bello e più grande. E se quello che tu vivi come maledizione fosse la benedizione più grande della tua vita. Quel problema di tuo figlio, quella malattia, quel difetto di tua moglie, quel peccato di tuo marito. Da quando mi sono innamorata di Gesù, ho scoperto e toccato con mano che non c’è una cosa storta della mia vita che Lui, a tempo debito, non abbia trasformato in Grazia, in gioia piena, in un regalo bellissimo per me e la mia vita. Questa trasformazione non ha sempre coinciso con la risoluzione della difficoltà, ma piuttosto un miracolo nel mio cuore che cambiava, il mio sguardo sul problema mutava. Scoprire che nella mia debolezza che quel problema creava, il Signore manifestava pienamente la sua potenza e la sua forza facendomi sentire così voluta bene e amata da rendere forte anche me, attraverso tutte le persone che mi volevano bene e mi stavano vicino. Questo mondo nega il dolore e la sofferenza, vedendole come qualcosa da cui scappare e fuggire. Gesù nasce da una donna della periferia, Maria, in una stalla e in mezzo ai pastori, nello scarto di una notte troppo piena per poterlo accogliere. Non c’è posto per Lui. Ma Gesù viene lo stesso, a suo tempo, da chi e per chi è disposto ad incontrarlo perché non ha nulla. È quando sei debole e fragile che sei pronto a farGli spazio nella tua vita. Attendiamo un miracolo nel nostro cuore Signore. L’occasione del tuo miracolo è tua moglie, il tuo miracolo è tuo marito, se vedi il tuo compagno di vita e le sue mancanze come l’opportunità di diventare pienamente donna e uomo liberi. Liberi di amare nel nome di Colui il quale ti ha amato per prima, dando ogni cosa per te. Possa tu scoprire in questo tempo di Avvento, settimana dopo settimana, che la speranza non si affievolirà mai, che il tuo cuore può riposare solo in Lui, e la tua sente di amore la può placare solo Gesù. Le tue ferite le può trasformare solo lo Spirito Santo. La tua vita è benedetta qui ed ora qualunque prova o difficoltà tu stia affrontando, perché da quando è nato Gesù non sei più solo. Io non sono più sola. Lui è con me tutti i giorni della mia vita e io sarò l’Amata per sempre.

Claudia e Roberto

Articolo originale sul loro blog Amati per amare

E luce fu! Il miracolo della vita.

In quei giorni, Maria si mise in viaggio verso la montagna e raggiunse in fretta una città di Giuda.
Entrata nella casa di Zaccaria, salutò Elisabetta.
Appena Elisabetta ebbe udito il saluto di Maria, il bambino le sussultò nel grembo. Elisabetta fu piena di Spirito Santo
ed esclamò a gran voce: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo!
A che debbo che la madre del mio Signore venga a me?
Ecco, appena la voce del tuo saluto è giunta ai miei orecchi, il bambino ha esultato di gioia nel mio grembo.
E beata colei che ha creduto nell’adempimento delle parole del Signore».

Il Vangelo di oggi mi permette di poter fare una riflessione particolare. Non è direttamente collegata alla vicenda raccontata nel Vangelo. Non riguarda solo Maria ed Elisabetta. Riguarda tutte le mamme. Voglio parlare della gravidanza. Voglio parlarne non da persona direttamente coinvolta, ma da uomo, sposo e padre. Quindi come osservatore con un punto di vista privilegiato.

Papa Francesco scrive al punto 168:

168. La gravidanza è un periodo difficile, ma anche un tempo meraviglioso. La madre collabora con Dio perché si produca il miracolo di una nuova vita. La maternità proviene da una «particolare potenzialità dell’organismo femminile, che con peculiarità creatrice serve al concepimento e alla generazione dell’essere umano».[183]Ogni donna partecipa «del mistero della creazione, che si rinnova nella generazione umana».[184] Come dice il Salmo: «Mi hai tessuto nel grembo di mia madre» (139,13). Ogni bambino che si forma all’interno di sua madre è un progetto eterno di Dio Padre e del suo amore eterno: «Prima di formarti nel grembo materno, ti ho conosciuto, prima che tu uscissi alla luce, ti ho consacrato» (Ger 1,5). Ogni bambino sta da sempre nel cuore di Dio, e nel momento in cui viene concepito si compie il sogno eterno del Creatore. Pensiamo quanto vale l’embrione dall’istante in cui è concepito! Bisogna guardarlo con lo stesso sguardo d’amore del Padre, che vede oltre ogni apparenza.

La gravidanza è una realtà che ho sempre invidiato alle donne. Scherzo, non è vero!! Non l’ho mai invidiata, ma l’ho sempre ammirata, questo si. Nel grembo materno avviene un miracolo. Anche in un avvenimento naturale come il concepimento, se ci si ferma un attimo a riflettere, non si può non scorgere la presenza di Dio creatore. Dio, che ha plasmato tutto e che continua a farlo anche oggi attraverso un uomo e una donna, che nel gesto più alto e bello dell’amore sensibile  corporeo, si fanno cocreatori con Lui. L’amore erotico che si intreccia con l’amore spirituale, l’Eros che si intreccia con l’Agape, la passione che si intreccia con l’oblazione e genera nuova vita sempre, sia essa amore o una nuova creatura.

Recentemente alcuni ricercatori hanno scoperto che lo spermatozoo, quando entra nell’ovulo femminile, provoca una scintilla di luce. Tutto questo ha una spiegazione chimica, ma, per quanto ci riguarda, rimanda direttamente al primo giorno della creazione descritta nella Genesi: Dio disse: “Sia la luce!”. E la luce fu.

Dio che ha sempre amato quel cucciolo e aspetta noi che liberamente diciamo il nostro sì per accoglierlo.  Senza di noi, questo nuovo miracolo donato al mondo non potrebbe avvenire.

Quanta ignoranza nel mondo, quanta sofferenza, perchè non si comprende più la nostra natura e il disegno di Dio nascosto dentro di essa. Le parole del Papa sono bellissime, poetiche e autentiche, ma quanta poca gente è capace di capirle. Ringrazio Papa Francesco per il dono di questa bellissima esortazione e tutti i vescovi che nel Sinodo hanno collaborato all’approfondimento per la sua stesura. Il nostro mondo ha bisogno di parole di verità. Ha ancora più bisogno di testimoni. Come non pensare a Chiara Corbella Petrillo, che ha accolto i suoi primi due bimbi Maria Letizia e Davide Giovanni, li ha potuti abbracciare solo per pochi minuti, ma ha riconosciuto subito in loro la perfezione dell’amore creatore di Dio. Lei ha visto questa perfezione anche nelle loro imperfezioni e menomazioni, così gravi da renderli incompatibili con la vita, ma non con il progetto e l’amore di Dio, quell’amore che Lui ha per ognuno dei suoi figli.

Antonio e Luisa

 

La corona d’Avvento degli sposi

Ogni sacramento ha come dono comune lo Spirito Santo. Un’effusione potente che entra nel cuore di chi lo riceve. Ogni sacramento è riempito della forza salvifica e redentiva di Gesù. Ogni sacramento è però diverso, ha fini e caratteristiche diverse. Anche lo Spirito Santo agisce, di conseguenza in modo diverso e finalizzato al suo scopo. Lo scopo del matrimonio è rendere visibile l’amore misericordioso, incondizionato e per sempre di Cristo per ognuno di noi. Noi sposi siamo profeti dell’amore, siamo abilitati ad esserlo.

Tutta questa introduzione per arrivare dove? Il tempo di Avvento è tempo di preparazione e di riflessione. Fermiamoci a contemplare i doni di Dio a noi sposi per riuscire ancora a meravigliarci del dono dei doni, del dono del piccolo Gesù al mondo.

Sarebbe bello, come avviene per la tradizione della corona dell’Avvento  ognuna delle quattro domeniche che precedono il Natale accendere una delle candele della Corona.

Accenderla e riflettere sui doni che Dio ci ha liberamente e incondizionatamente dato. Non ci pensiamo mai, spesso viviamo da mendicanti quando avremmo a disposizione un tesoro. Un tesoro di inestimabile valore che ora andrò brevemente a descrivere:

Prima settimana: il legame coniugale cristiano.

Il primo dono è il legame coniugale cristiano. Il fuoco dello Spirito Santo stabilisce un vincolo d’amore indissolubile tra gli sposi. Realizza quanto da loro espresso con il consenso e con il loro primo amplesso ecologico (ormai dovrebbe essere chiaro il significato). Non sono più due ma una carne e un cuore solo.
San Giovanni Paolo II descrive questo dono al n.ro 13 di Familiaris Consortio:

Come ciascuno dei sette sacramenti, anche il matrimonio è un simbolo reale dell’evento della salvezza, ma a modo proprio. «Gli sposi vi partecipano in quanto sposi, in due, come coppia, a tal punto che l’effetto primo ed immediato del matrimonio (res et sacramentum) non è la grazia soprannaturale stessa, ma il legame coniugale cristiano, una comunione a due tipicamente cristiana perché rappresenta il mistero dell’Incarnazione del Cristo e il suo mistero di Alleanza.

Questa unità d’amore rende gli sposi sacramento vivente e perenne. Nel loro amore abita Gesù vivo e reale. D’ora in poi gli sposi ameranno Dio non più individualmente, ma insieme. Saranno mediatori l’uno della santità dell’altro. Come spiegare questo concetto? Non è facile perché seppur unite restano due persone con la propria individualità. Prendo a prestito le parole di don Emilio Lonzi che per farci capire disse una frase che mi fece trasecolare: O andate in paradiso insieme o nessuno dei due andrà. Come? Se io mi comporto bene, se faccio tutto il possibile per una vita buona e la mia sposa invece si comporta male, devo subirne anche io le conseguenze? Che giustizia è? La prospettiva è da ribaltare. Il concetto è che la mia priorità deve diventare la santità della mia sposa. Devo far di tutto per aiutarla a santificarsi. Questo non toglie le buone azioni, il bene e i sacrifici che ogni persona offre nella sua vita ma, per la bontà di Cristo e per la grandezza redentiva del sacramento, esse hanno un influsso positivo anche sul coniuge. Come non pensare a tutte quelle persone abbandonate, le quali offrono la loro sofferenza e solitudine a Dio anche per la salvezza di chi le ha tradite. Mi viene in mente Anna, una giovane donna siciliana. Lei ha scelto la fedeltà con il marito che, invece, vive con un’altra donna. Anna mi scrisse in un messaggio: È difficile una vita senza mio marito, non posso pensare ad una eternità senza di lui. Questo è il senso più profondo del legame coniugale cristiano. La nostra unità sacramentale, fusa dal fuoco consacrante dello Spirito, diventa immagine e profezia dell’amore di Dio in sé e di Gesù per la sua Chiesa. Gesù sposo della Chiesa, sua sposa. Il matrimonio rimanda alla nuova ed eterna alleanza come questa rimanda al patto coniugale. L’amore fedele di Cristo per la sua Chiesa, che lui continua ad amare anche quando lei lo tradisce e lo rinnega, diviene nostro esempio e noi dovremmo saper mostrare qualcosa di quell’amore al mondo, anche se soltanto con una pallida immagine.

Seconda settimana: La Grazia santificante

Il secondo dono di nozze che Dio regala ad ogni coppia di sposi è la Grazia Santificante. Ce la introduce ancora san Giovanni Paolo II in Familiaris Consortio:

Fonte propria e mezzo originale di santificazione per i coniugi e per la famiglia cristiana è il sacramento del matrimonio, che riprende e specifica la grazia santificante del battesimo. In virtù del mistero della morte e risurrezione di Cristo, entro cui il matrimonio cristiano nuovamente inserisce, l’amore coniugale viene purificato e santificato: «il Signore si è degnato di sanare ed elevare questo amore con uno speciale dono di grazia e di carità» 

Cosa ci vuole dire il Papa? Cosa è questo dono concretamente? E’ un amore creato del tutto simile a quello di Dio che lo Spirito Santo effonde nel cuore degli sposi in proporzione all’apertura del loro cuore ad accoglierlo. E’ un dono che agisce sulla Grazia santificante battesimale già presente negli sposi rendendoli partecipi della sponsalità divina. Questa è la nozione più scolastica, ma ora vediamo concretamente cosa significa. Gli sposi diventano capaci di amarsi con lo stesso amore di Dio e di riprodurre (in modo molto limitato e imperfetto) il mistero dell’amore trinitario. Questo dono perfeziona l’amore e l’unità indissolubile dei due. L’amore umano naturale si perfeziona e si eleva, in virtù della Grazia, a divino e soprannaturale. E’ un amore anche percepibile. Raccontava padre Bardelli a noi fidanzati: “Pensate pure a vestiti, festa, addobbi e tutto ciò che riguarda la cerimonia, gli invitati e la festa, ma ciò non deve distogliervi dal prepararvi bene ad accogliere il dono dello Spirito Santo nel vostro cuore”. Se gli sposi avranno vissuto bene il fidanzamento, arriveranno pronti a quel giorno con il cuore spalancato a Dio, sperimenteranno durante il loro primo rapporto una gioia e una pace meravigliose. Se il loro amore naturale era 100 (per farmi capire) lo Spirito Santo lo porterà a 1000. Quello sarà dono di nozze di Dio per loro, per ognuno di noi. Conoscere questa verità prima del matrimonio è una Grazia. Personalmente ho ancora il rimpianto di averlo saputo solo alcuni mesi dopo il matrimonio. Sapendolo prima mi sarei concentrato molto di più sulla mia preparazione del cuore, e meno su palloncini, fiori, antipasti e queste cose futili, di contorno.

Terza settimana: la Grazia sacramentale

A volte capita nel matrimonio che la vita colpisca duro, che si faccia fatica a sopportare la sofferenza, la divisione, la solitudine, l’incomprensione che presto o tardi entreranno nella nostra esistenza. Ricordiamoci di questo dono di Dio. E’ qualcosa su cui possiamo sempre contare. Cosa è? E’ una cambiale in bianco che Dio ci ha firmato. Dal giorno delle nozze siamo creditori verso Dio. Dio sa che il matrimonio è esigente e che noi poveri uomini non saremmo capaci di realizzarlo in pienezza, per questo ci viene incontro e non ci fa mancare mai il suo sostegno. La Grazia sacramentale è questo. è il diritto ad avere da parte di Dio tutti gli aiuti necessari per preservare e perfezionare in ogni circostanza della vita il sacramento del matrimonio. Tale diritto ha due condizioni. Dobbiamo impegnarci e volere con tutto il cuore, l’anima e la volontà la riuscita del nostro matrimonio e dobbiamo chiedere l’aiuto di Dio. Spesso molti, anche se sposati sacramentalmente, non chiedono nulla, fanno come se la relazione dipendesse solo da loro, e quando arrivano poi le botte dure,  quelle che stendono, non sono capaci di superarle, perché non sono abituati a contare sul sostegno di Dio, ma solo sulle loro forze.

Quarta settimana: l’azione consacratoria dello Spirito Santo

Lo Spirito Santo esercita un’azione trasformante, sia nelle realtà naturali degli sposi sia in quelle soprannaturali, imprimendo in esse nuove finalità, legate al fatto di non essere più soltanto due individui, ma anche un noi unito dall’amore. Praticamente, siamo consacrati, resi di Dio, appartenenti a Dio come coppia. Perché attraverso il nostro amore sponsale possiamo essere profeti dell’amore divino e re e sacerdoti nella nostra famiglia, piccola chiesa domestica.

Ora sono convinto che dopo questa riflessione anche il vostro matrimonio brillerà della luce del Natale. Sarete pronti a inginocchiarvi davanti a quel bambino e a quel mistero di bellezza che ogni anno ci riporta alle origini della nostra fede. Ci riporta alla nascita di quel piccolo bambino che ha cambiato la storia. Che ha cambiato anche la nostra storia permettendoci di essere figli di Re e di essere rivestiti di un amore immeritato e meraviglioso.

Antonio e Luisa

L’Avvento ricostituente per la famiglia

L’Avvento è un periodo straordinario. Sono giorni di preparazione al Natale. In realtà in giro, per strada, c’è un traffico ancora più congestionato del solito. Si corre anche più del solito. Ci sono i soliti impegni, il solito lavoro, le stesse preoccupazioni. Ci sono i regali da fare (perchè non li aboliamo?). C’è però più stanchezza, perchè stiamo tirando il rush finale, con le ultime forze rimaste, prima delle agognate vacanze. Vacanze forse solo per i nostri figli, ma che significano già ritmi più tranquilli per noi. Insomma ci sarebbe tutto per essere più nervosi e arrabbiati e invece ho la gioia nel cuore. Sarà per le luci, per gli addobbi e la musica.  No, non è questo. Ciò che mi dà gioia è quel bambino che nasce in una famiglia e che rende tutto più bello. Dà senso a tutto. Un fatto straordinario. Un Dio che si fa uomo e viene ad abitare in mezzo a noi. Un fatto straordinario che rende meraviglioso l’ordinario. Spesso siamo stanchi, oppressi, stressati. Questa vita rischia di schiacciarti. Tanti pensieri, tante preoccupazioni, tante cose da fare. Ci si sente inadeguati e impreparati. La sfida che giornalmente la vita ci pone dinnanzi ci può scoraggiare. Poi arriva Lui. Un bambino che nasce in una famiglia. Un Dio che decide di consegnarsi inerme e incapace di badare a se stesso nelle mani di un uomo e di una donna. Il Natale è una medicina per la coppia. Il Natale è ricostituente e vitamina. Ci ridona le forze, la speranza e la convinzione che vale la pena ogni fatica e ogni sofferenza data per la nostra famiglia, data per amore. Sì perchè la casa abitata da una famiglia è il luogo più bello che si può trovare sulla terra. Il luogo più vero e più caldo. La famiglia è luogo del perdono, della libertà, dell’abbandono, della cura, della condivisione, della diversità che diventa ricchezza, del conflitto che diventa occasione di ritrovarsi, dell’amore che diventa carne. Un amore che diventa carne come quella di un bambino. Per questo Dio decide di incarnarsi in una famiglia, perchè non c’è luogo più prezioso e degno di un re di quello. La nostra famiglia può essere in difficoltà, può avere limiti e ferite da curare, la nostra famiglia può apparirci  povera e piena di difetti. Sarà anche così, ma è la nostra famiglia. Un luogo tanto prezioso da essere stato scelto da un Dio per farsi uomo. Un luogo tanto prezioso che Cristo Gesù lo abita perennemente grazie al sacramento del matrimonio. L’uomo e la donna che si amano sono l’immagine che più ricorda l’amore trinitario e probabilmente per questo tanto amato da Dio. L’avvento è un’occasione che ogni anno abbiamo per fermarci a contemplare quel bambino. Non solo. E’ un’occasione per fermarci a contemplare l’imperfetta perfezione della nostra famiglia che è una meraviglia se solo riusciamo a fermarci un attimo per guardarla.

Antonio e Luisa

Matrimonio ed Eucarestia. Il Signore rende l’uomo e la donna capaci di amarsi come Cristo ci ha amati

Un mio post su facebook di alcuni giorni fa ha sollevato un polverone di critiche. Non da tante persone, ma certamente molto agguerrite. Ecco il post:

Ricordate semplicemente che Gesù per noi sposi vuole essere amato nel nostro coniuge. Quello che di buono faremo a lui/lei sarà fatto a Gesù. Il nostro matrimonio è sacro. Alla fine della vita non vi sarà chiesto quante adorazioni o messe avete seguito ma quanto avete amato il vostro coniuge e le altre persone di conseguenza .

In particolare una frase è risultata indigesta ad alcuni: saremo giudicati non per le Messe a cui abbiamo partecipato, ma per per come avremo amato il prossimo e in particolare il nostro più prossimo di tutti, la nostra sposa o il nostro sposo.

Non è quindi importante andare a Messa? Non ho mai pensato questo. Andare a Messa la domenica è un obbligo per noi cristiani. Un precetto da seguire e rispettare. Sappiamo che i precetti della Chiesa non sono mai un capriccio, ma indicano la strada per non perdersi. Io stesso non ho sempre lo stesso desiderio di accostarmi alla Messa e all’Eucarestia, a volte starei a casa, salvo rendermi conto di quanto ne avessi invece bisogno una volta andato. L’obbligo è quindi necessario per educare la persona. L’obbligo della Messa ci ricorda che non di solo pane vive l’uomo. Il nostro spirito è affamato di eterno, di Dio e abbiamo bisogno di nutrire il nostro cuore e la nostra anima tanto quanto nutriamo il corpo. Abbiamo bisogno della Parola e abbiamo bisogno di mangiare Gesù nella Santa Eucarestia per essere uno con Lui e uno con i fratelli. Legati come la vite con il tralcio. Vale anche per il rapporto con la mia sposa.  Rischiamo di perdere di vista l’essenziale senza Messa. Tutto diventa immanente. Anche il nostro matrimonio perde la trascendenza. Perde di vista ciò che è nell’essenza, ciò che lo costituisce nella sua ragione di esistere più importante. Il matrimonio sacramento  non è solo una relazione tra due persone, per quanto pur bella possa essere. Una tra le tante possibili scelte, come vogliono farci credere. Il matrimonio non si riduce a questo. Il matrimonio trascende questo. Attraverso il matrimonio la mia sposa si fa mediatrice tra me e Dio. Amando lei sto amando Dio. Riuscire a sperimentare questa dinamica non è semplice. Spesso il matrimonio, anche cristiano, si riduce a un rapporto a due, escludendo di fatto Dio o relegandolo in un angolo. Relegando Gesù in qualche rito, qualche preghiera recitata senza convinzione e forse appeso alla parete.

Andare a Messa serve, è quindi indispensabile, per non dimenticarci di questo. Andando a Messa non dimentico che ogni mio gesto d’amore, di servizio, di tenerezza per la mia sposa è offerta a Dio. Attraverso quel gesto sto amando Dio nella mia sposa. La mia sposa non è quindi il fine della mia vita, ma la porta di accesso a Dio, vero fine e vero senso di ogni cosa. La mia sposa non è il mio idolo, il mio fine, la mia ragione, ma è creatura che apre al Creatore. La mia sposa non deve rendermi felice, ma mostrarmi chi mi può rendere pienamente felice. Attraverso di lei imparo ad amare Dio e mi preparo alle nozze eterne con Cristo sposo.  Eucarestia e matrimonio due sacramenti diversi che richiamano ad unica verità. Vivere alla presenza viva e reale di Gesù Cristo, presente in entrambe le realtà. Due sacramenti che si completano l’uno con l’altro. Il Gesù che scopro e incontro nell’Eucarestia mi richiama a trovarlo anche nel mio matrimonio. Esiste infatti un luogo dove non possono accedere tutti ma solo chi è scelto da Dio. Quel luogo è il noi degli sposi, quel luogo è la relazione sponsale tra un uomo e una donna. Il nostro amore di sposi è tabernacolo di Dio. Matrimonio ed Eucarestia sono molto simili proprio per questo. Entrambi hanno in sè Gesù vivo, concreto e reale, anche se con modalità diverse. Quel luogo dove l’io esce dal sè per trovare un tu col quale fondersi in una nuova realtà, che è una duità, che diventa trinità in virtù dell’amore che gli unisce. Due persone diverse e distinte che unite dall’amore divengono un’unica realtà. L’immagine umana più simile a Dio. Quel luogo che troppo spesso è sporcato e dissacrato dal nostro egoismo e dai nostri peccati. Quel luogo, dove Dio ha posto la sua tenda per incontrarci, sostenerci, amarci e riempirci di Lui, è troppo spesso calpestato e ignorato dagli sposi. La nostra relazione, luogo dove dimora Dio, dovrebbe essere curata e nutrita con tutte la nostra volontà e impegno per renderlo luogo degno ad ospitare il Re, per quanto possibile. Padre Raimondo, il nostro padre spirituale, che ci ha accompagnato e insegnato tanto, era solito dire: “Mi piacerebbe vedere il rispetto che c’è in chiesa durante l’adorazione anche nell’intimità delle famiglie”. Nella Chiesa, anche se non si dice abbastanza, uno dei peccati più gravi è l’adulterio. Adulterio significa spezzare l’alleanza con Dio, voler scacciare Dio dal Tabernacolo della nostra relazione per metterci l’io. L’adulterio è cercare di uccidere Dio nella nostra vita.

La Messa diventa quindi modalità per non dimenticarsi di tutte queste realtà così grandi e così belle. La Messa ci consente di conservare la consapevolezza di essere immagine dell’amore di Dio. Ci provoca ad andare sempre più in profondità nell’amarci vicendevolmente, anche nell’intimità fisica che grazie a questa consapevolezza diviene riattualizzazione del matrimonio ed effusione di Spirito Santo. Dall’altare della chiesa al talamo, altare della nostra piccola chiesa. Ci ricorda che non siamo soli con le nostre fragilità e peccati, ma c’è Lui che ci sostiene. La Messa ci ricorda come dobbiamo amarci, guardando quel crocefisso e quell’ostia. Un Dio che si è fatto uomo e per amore ci ha perdonato. Si è fatto mangiare e uccidere da noi e per noi, nonostante il nostro tradimento e rifiuto. Solo con la Messa possiamo rendere il nostro matrimonio qualcosa che richiama ad altro, qualcosa che richiama a Dio e al suo amore.  La Messa è nutrimento, forza e sostegno.

Fra Eucaristia e Matrimonio si stabilisce così un’intima reciprocità: come insegna il Concilio, da una parte “l’autentico amore coniugale è assunto nell’amore divino”, dall’altra esso “è sostenuto e arricchito dalla forza redentiva del Cristo e della Chiesa” (GS 48); o ancora, da un lato “il matrimonio dei battezzati diviene il simbolo reale della nuova ed eterna Alleanza”, dall’altro “il Signore rende l’uomo e la donna capaci di amarsi come Cristo ci ha amati” (FC 13); o infine, con le belle parole di Benedetto XVI nella sua enciclica sull’amore: “il matrimonio basato su un amore esclusivo e definitivo diventa l’icona del rapporto di Dio con il suo popolo; viceversa, il modo di amare di Dio diventa la misura dell’amore umano” (DC 11).

Antonio e Luisa.

Rifulse nei nostri cuori

Sono seduta sul divano e ammiro le luci del Natale. Emozionati, per la prima volta quest’anno siamo tornati a casa pieni di buste e ci siamo messi insieme ad abbellire la nostra casetta. Due cuori, un bilocale, candele e tante luci. Una volta sola in casa mi sono guardata intorno, più vicino a me ho osservato l’albero, il presepe e le lucine che illuminano i mobili e le fotografie, poi ho rivolto lo sguardo fuori e ho visto l’alberello sul balcone, anche lui in festa, e tutto il quartiere, le case di vicini che non conosco, tutte illuminate. Sembra proprio che il Natale sia la festa della luce, anche se ho visto tanti volti spenti in giro per i negozi, ansiosi di comprare i regali e scocciati di dover rispettare la fila in cassa. Sarà che quest’anno vivremo il nostro primo Natale insieme e quindi sono felice anche solo di comprare una pallina e fare una fila chilometrica in cassa, ma poi mi chiedo, perchè illuminiamo tutto se poi dentro siamo spenti? Sembra l’incipit della classica morale pre-natalizia, che noia, penserete. Ma, ragionandoci bene, mi dico che no, non si tratta di semplice morale, ma, ancora un volta di osservazione della realtà, senza giudizio. Vorrei essere solo un piccolo specchio della vita che mi sta intorno e scrivere qualcosa che possa aiutarmi ad assaporare, più che a comprendere, il senso di quello che faccio. Sicuramente bisogna tener conto del consumismo, dello sfarzo, dell’apparenza, ma credo che possiamo andare oltre e ritornare alla domanda, perchè illumiamo tutto? 
Perchè in mezzo alla quotidianità, alle tragedie, alle violenze, ai litigi, all’odio, al rancore, all’indecisione abbiamo bisogno di luce. Abbiamo bisogno di una luce prorompente che illumini i nostri passi. Chi è miope come me lo può capire molto bene, quando la sera è buio puoi anche mettere gli occhiali, ma l’indecisione caratterizzerà sempre il tuo passo. L’unica cosa che potrà aiutarci davvero sarà un bel fanale o la torcia dello smartphone, a quel punto possiamo procedere oltre quello scalino con un po’ di sicurezza in più. Diciamo allora che quando è tanto buio non bastano gli occhiali. Quando non capisco dove andare, quale università scegliere, quando mi chiedo se quel ragazzo è la persona giusta per me, se è meglio perdonare quel torto, se decidere di cambiare città o meno, se continuare ad amare nonostante tutto, se compromettermi, se mettermi in gioco, se buttarmi… ho bisogno di una luce in più. Le tenebre della vita sono tante, ogni giorno mi informo sul mondo e vedo tanta tenebra. A volte, senza andare troppo lontano, proprio nel nostro cuore regnano le tenebre, nel nostro sguardo non si intravede nessuna luce. Se guardiamo negli occhi i nostri fratelli più piccoli, i nostri nipoti, i bambini che incontriamo a fare spesa o quelli che accudiamo, è presente quella luce prorompente. “Il Natale è fatto per i bambini”, questa la frase che si sente molto spesso sotto le feste, ed è senz’altro vero. Probabilmente la magia del Natale, dell’attesa, della sorpresa è propria dei bambini. Ma non credo che sia riservata solo a loro, no. E qui viene il bello. Viviamo come se qualcuno avesse spento la nostra luce interiore, quella che era lì quando eravamo piccoli, era bella lucente, o “luccicante” come direbbe la mia sorellina. Credo che Dio ce l’abbia regalata di default alla nascita. Che fine ha fatto?
La verità è che il tempo che precede il Natale ci mette in crisi per questa domanda qui. Perchè viviamo senza aspettare nulla. Non ci aspettiamo più nulla dalla vita, da quella persona che è sempre la stessa e da noi che siamo così impauriti e rigidi ai cambiamenti della nostra storia personale e universale. Peccato però che se non ci aspettiamo più nulla, non viviamo più. Se non ci aspettiamo più nulla dalla persona che è diventata nostro marito/moglie, non viviamo più quella relazione. La rottura delle relazioni non è sempre da ricercare in tradimenti o grossi errori, a volte basta pensare che lei/lui non cambieranno mai per far morire quella relazione. Se non ci aspettiamo più nulla dalla vita, vuol dire che abbiamo perso la voglia di vedere che cosa c’è dietro il prossimo angolo, perchè abbiamo paura e preferiamo rimanere bloccati nelle tenebre del presente, che tutto sommato sappiamo come funzionano e ci possiamo mettere comodi. Già, ci mettiamo comodi sul nostro presente e pensiamo di avere così in mano il futuro, dal quale però non ci aspettiamo nulla. Che futuro è? E come viviamo il nostro presente? E, visto che credo nel valore delle parole e spesso il loro significato profondo risiede nell’etimologia, apro il vocabolario e scopro che aspettare proviene dal latino “aspectare”, “guardare”, “stare rivolto verso qualche parte”. Torna sempre tutto. Infatti non guardiamo più nulla e non stiamo rivolti verso nessuna parte. Il verbo “aspettare” non rientra nelle nostre azioni quotidiane (poi un giorno cercherò di capire anche perchè i vecchietti che dovrebbero godersi la pensione non riescono a rispettare le file in cassa, ma questo è un altro discorso). Abbiamo lo sguardo ad altezza tangenziale, computer, cellulare. Non pretendiamo di alzarlo leggermente più in su e non ci concediamo il piacere di rivolgerlo verso gli occhi di chi abbiamo accanto. 
Il mio invito per questo Avvento, per quest’attesa che ci porterà al Natale, è di vivere il più possibile l’esperienza dell’attesa quotidiana. Sicuramente l’attesa più importante per un cristiano sarà quella della venuta di Cristo, sarà la Vita Eterna, ma ricordiamoci che il valore di questa vita è inestimabile e unico. Oggi ti aspetto a casa e provo a ritrovare nei tuoi occhi la luce del giorno del matrimonio, proviamoci tutti. Oggi cerco nella stanchezza del tuo sguardo quella luce di bambino. Oggi benedico l’attesa in cassa perchè mi dà l’occasione di osservare ciò che ho accanto e magari in un sorriso o in un volto triste posso assaporare la vita. Oggi cerco di aspettarmi di più da me, cerco di impegnarmi ad amare oltre ogni misura me stessa, gli altri e la mia vita, perchè la misura dell’Amore è amare senza misura (Sant’Agostino sempre sul pezzo). Oggi provo ad aspettarmi quello che gli altri sanno darmi, senza pretendere nulla: questo è il segreto della relazione, aspettare e accogliere ciò che gli altri sono, non ciò che gli altri sanno. Oggi cerco di aspettarmi qualcosa di nuovo da questa vita, che fosse anche solo riscoprire la gioia di svegliarmi e saper abbracciare chi ho accanto (che non è poco, chiediamoci l’ultima volta che l’abbiamo fatto con sincerità). Oggi aspetto che questa luce rifulga nel mio cuore e non solo nel mio salotto, perchè possa illuminare i miei passi e forse anche quelli di qualcun altro.

«E Dio, che disse: “Rifulga la luce dalle tenebre”, rifulse nei nostri cuori, per far risplendere la conoscenza della gloria di Dio sul volto di Cristo» (2Cor 4,6).

Federica Di Vito

Articolo originale

Il nostro matrimonio si fonda sul battesimo

La Parola di questa domenica di Avvento ci mostra tutta la potenza del battesimo. Non di quello di Giovanni Battista fatto solo con acqua, ma di Gesù fatto con il fuoco dello Spirito Santo. Giovanni non poteva che dare un segno, seppur bello e significativo, della volontà di cambiamento presente nel cuore del battezzato. Gesù non dà un segno, Gesù ci dà la forza e la capacità di sconfiggere la morte e il peccato.

 Il battesimo di Giovanni Battista si fondava sul desiderio di conversione della persona, sulle forze della persona. Il battesimo di Cristo è diverso, è dono gratuito di Dio, è dono pagato da Gesù con il sangue della Croce. Attraverso il battesimo muore l’uomo vecchio e ne risorge uno nuovo, un uomo legato a Cristo dal fuoco dello Spirito Santo. Un uomo capace di attingere a Cristo per essere come Lui. Gesù che sappiamo essere Re, profeta e sacerdote. Quando ci sposiamo portiamo in dote tutto ciò che siamo e che abbiamo per farne dono all’altro/a. Il tesoro più grande di questa dote è proprio il nostro battesimo. Nel matrimonio portiamo il nostro essere Re, sacerdoti e profeti in virtù del nostro battesimo. Il matrimonio perfeziona e finalizza questi doni alla nostra nuova condizione di persone sposate.

Siamo re quando siamo capaci di controllare le nostre pulsioni. Siamo re quando non permettiamo che vizi e peccati possano distruggere la nostra relazione. Siamo re quando educhiamo alla bellezza e alla verità i figli che Dio ci dona. Siamo re quando siamo capaci di servire il nostro coniuge. Questa è la nostra regalità di sposi.

Siamo profeti. Siamo profeti quando riusciamo a mostrare nel nostro amore qualcosa dell’amore di Dio. Siamo profeti nel vivere la nostra relazione alla luce della relazione con Dio. Siamo profeti quando attraverso la perseveranza nelle difficoltà e la condivisione delle gioie possiamo generare una sana nostalgia dell’amore di Dio in chi è lontano. Siamo profeti quando in un mondo assetato di gratuità, di bellezza, di senso, di fedeltà e di amore siamo capaci di essere una piccola goccia d’acqua che insieme a tante altre può dissetare e rigenerare.

Infine siamo sacerdoti. Siamo sacerdoti quando ci sposiamo. Quando in piena libertà ci doniamo l’uno all’altra. Siamo sacerdoti nella nostra liturgia sacra. Siamo sacerdoti ogni volta che ci facciamo dono l’uno per l’altra. Siamo sacerdoti ogni volta che rinnoviamo e riattualizziamo il nostro matrimonio nell’amplesso fisico.

La nostra unione è generata dal battesimo e si rigenera ogni giorno nella fonte inesauribile della Spirito Santo. Ogni gesto d’amore che ci doniamo è sacro in virtù del nostro battesimo. Ogni volta che ci doniamo è Gesù che ci dona l’uno all’altra. Ogni volta che ci doniamo facciamo esperienza di Dio perchè il nostro amore non è più solo nostro, ma attraverso il battesimo e il matrimonio Dio ne ha fatto cosa sua.

Antonio e Luisa

L’uomo si sente meglio se risolve i problemi, la donna se ne parla.

Uomo e donna sono estremamente diversi. Lo sono in tutto. E’ bene saperlo per imparare a capirsi e per poter essere davvero d’aiuto per l’altro/a. Prenderò spunto dall’illuminante libro di John Gray Gli uomini vengono da Marte, le donne da Venere.

Quando una donna ha un problema da risolvere vuole parlarne con il suo sposo. Per lei è importante farlo. Vuole essere supportata e sostenuta. Non cerca per forza una soluzione dallo sposo. Sa che alcune volte lui non può dargliela o non può sostituirsi a lei. Però è importante che lui ci sia. E’ importante che lui sappia sedersi davanti a lei e la ascolti. L’ascolto è per lei fondamentale per sentirsi amata e per non sentirsi sola nella scelta e nel trovare una soluzione.

Nell’universo femminile, mettere gli altri a conoscenza dei propri problemi è segno di amore e di fiducia. Le donne non si vergognano di avere problemi. Non è la competenza ad alimentare il loro ego (come accade per gli uomini), bensì la comunicazione interpersonale. Esternano apertamente le loro sensazioni di sopraffazione, confusione, impotenza e stanchezza.

L’uomo è profondamente diverso. Quando un uomo è preoccupato, non parla mai di ciò che lo preoccupa. A differenza delle donne, non condividerebbe mai con altri il suo problema a meno che l’assistenza di quella persona non gli sia necessaria per risolverlo. Diventa quindi estremamente silenzioso e si rifugia nella sua caverna privata (si isola dal mondo) per riflettere sul problema ed esaminarlo da ogni angolazione alla ricerca della soluzione. Quando l’ha trovata, si sente molto sollevato, abbandona la caverna ed è pronto al dialogo con la sua donna.

Se non riesce a trovare una soluzione, allora cerca qualcosa che gli permetta di dimenticare i problemi, come leggere il giornale o impegnarsi in un’attività ricreativa. Staccando la mente dai problemi della giornata, riesce gradualmente a rilassarsi.

E’ importante comprendere questa dinamica per evitare contrasti all’interno della coppia. L’uomo spesso tende a sottovalutare l’importanza dell’ascolto in caso la sua sposa abbia problemi che la tormentano. Di solito tende ad ascoltare e poi, se non trova un’immediata soluzione, ritiene inutile proseguire a parlare di quell’argomento. Quindi si disinteressa o addirittura se ne va. La sua donna si sente abbandonata e non capita.

In caso sia l’uomo ad essere turbato, quando è chiuso nella sua caverna, è incapace di dare alla sua compagna l’attenzione che desidera. In quel momento egli pensa esclusivamente a risolvere, da solo, il suo problema. Per lei è difficile accettarlo perché non si rende conto del grado di stress a cui lui è sottoposto. Se alla sera il suo compagno le parlasse dei suoi problemi, riuscirebbe a mostrarsi più comprensiva, ma lui rimane chiuso in se stesso e lei finisce col sentirsi ignorata. Capisce che il suo compagno è turbato, ma erroneamente presume che lui non le voglia bene perché non le parla.

L’uomo si sente meglio se risolve i problemi, la donna se ne parla. L’incapacità di capire e accettare questa differenza crea nei nostri rapporti degli inevitabili contrasti che a lungo andare possono portare a gravi incomprensioni e sofferenze.

Se invece si impara a conoscere come l’altro/a vive la difficoltà tutto diventa più facile e si può dare un sostegno concreto e gradito all’altro/a

Antonio e Luisa

Santa Lucia martire per custodire la sua vocazione. Cosa può insegnare a noi sposi?

Ieri la Chiesa ha fatto memoria di una santa molto amata, soprattutto dai bambini. Si tratta naturalmente di santa Lucia, giovane martire di Siracusa vissuta nell’impero romano del III secolo d.c.

Non voglio raccontare tutta la sua vicenda, ma voglio soffermarmi su un particolare della sua scelta: l’importanza del corpo.

Una delle novità più sconvolgenti di Cristo è l’incarnazione. Il corpo viene finalmente riconosciuto come  parte della persona. Non è poca cosa. La persona non possiede più solo un corpo, ma è anche il suo corpo. La cultura e la filosofia  greco-latina tendevano a separare nettamente la parte spirituale, invisibile  da quella corporale e tangibile. Cristo no! Cristo porta questa grande novità. Novità già peraltro presente nella tradizione ebraica. Per l’ebreo del tempo di Gesù la persona era l’insieme di anima e corpo. Ricordiamo Genesi dove Ish, l’uomo,  è stato modellato da Dio con della polvere e del fango e poi riempito dello spirito con il  soffio divino. Anima e corpo due dimensioni strettamente legate e parte di una stessa entità: l’essere umano. Gesù è amore e il corpo è la porta attraverso la quale lui ama. Gesù ama con lo sguardo, con le parole, con il pianto, con la gioia, con le carezze e con gli abbracci. Gesù è tradito con un bacio. Sempre attraverso il corpo. Il trono d’amore di Gesù è la croce. Croce dove offre se stesso attraverso il corpo, offrendo la sua carne e il suo sangue. Lucia da Siracusa conosceva bene questa verità. Lucia da Siracusa voleva donarsi totalmente a Cristo. Lucia sapeva che avrebbe potuto farlo solo attraverso anche il suo corpo. Per questo Lucia si è opposta ad un matrimonio combinato. Per questo Lucia ha preferito l’arresto e poi il martirio piuttosto che dare il suo corpo ad una persona che non fosse Cristo. Chissà quanti l’hanno considerata folle, non comprendendo le motivazioni profonde della sua scelta. Perchè non sposarsi e dedicarsi comunque al suo Dio? – avranno pensato. Qui entra in gioco la vocazione di ogni persona. La vocazione ci chiede di mettere tutto ciò che siamo per essere autentica.  Qualcuno, come Lucia, comprende come la sua risposta all’amore di Dio possa essere autentica e completa solo nel dono totale a Dio stesso. Solo così infatti potrà sentirsi libero di amare il suo sposo Gesù in ogni persona incontri. Noi sposi sentiamo invece un’altra esigenza. Sentiamo il desiderio di rispondere a quell’amore amando Dio in una creatura diversa e complementare a noi. Da questo amore esclusivo dovrebbe scaturire la forza per amare tutti i fratelli. Questo vale nel cuore e nello spirito, ma vale anche nel corpo. Questo Lucia lo avvertiva benissimo. Sapeva di poter amare completamente Gesù solo nella verginità consacrata. Questo io lo avverto benissimo. So benissimo, nel profondo di me, che posso amare davvero la mia sposa, che posso crescere nella gioia e nell’unità dei cuori con lei, solo se anche il mio corpo è solo per lei. Solo se il dono totale del mio corpo nell’amplesso è solo con lei e per lei. Questa è l’unica strada. In un mondo che disprezza il corpo e lo svaluta fino a farne merce e mero strumento di piacere santa Lucia ci ricorda che il nostro corpo è parte di noi, è prezioso, è tempio dello Spirito Santo. Lucia ci ricorda che il nostro corpo è così prezioso da cercare di preservarlo e custodirlo ad ogni costo, fino a dare la vita. per poi poterne fare dono alla persona a cui abbiamo promesso amore eterno. Questa è la castità cristiana. Questo è l’amore vero e possibile.

Antonio e Luisa

Virtù e matrimonio. La speranza. (4 articolo)

Ultima virtù su cui vorrei riflettere per dare qualche spunto è la speranza. Partiamo con una citazione di don Renzo Bonetti.  Il sacerdote scrive:

Crescere nel nostro amore (nella nostra fede e carità ndr) diventa prezioso. Nella misura in cui la coppia scopre la bellezza di dire gloria, di dire amore, di cantare l’amore, inizia già la sua vita di paradiso

Il paradiso è, quindi, rendere gloria e vivere l’amore. Sintetizzando le tre virtù quindi:  la Fede è accogliere l’amore di Dio, la Carità è donarsi al fratello e la speranza cosa è? E’ proiettare lo sguardo oltre questa vita, avere un orizzonte eterno ed infinito. La speranza è il dono dello Spirito Santo che ci permette di tenere fisso lo sguardo sulle realtà eterne. Abbiamo detto nel precedente articolo che la fede è il primo dei doni, perchè da esso nascono gli altri due. La speranza è l’ultimo perchè senza di esso gli altri due morirebbero. Senza la speranza, le botte della vita, i colpi improvvisi, i lutti e le sofferenze ucciderebbero la nostra fede e la nostra carità. La speranza rende la fede tenace, capace di resistere agli urti della  vita, perchè va oltre questa vita e oltre la morte. La speranza consente di vedere oltre ogni salita e ogni ostacolo. La speranza rende la carità perseverante, perchè sappiamo in chi abbiamo posto fiducia, sappiamo che è più forte della morte. La virtù della speranza apre lo sguardo e permette di non fermarci alla realtà che stiamo vivendo nella nostra storia ma permette di inserirla in una lettura  alla luce della salvezza di Dio. La negazione della speranza è la disperazione, la disperazione che conduce alla morte. Noi come sposi siamo chiamati ad essere profeti straordinari della speranza, ad essere vita contro la morte, luce contro le tenebre. In un contesto sociale in cui si sta perdendo la prospettiva aperta all’eterno, in cui sempre si cerca di godere ogni momento perchè il futuro non esiste,  in un contesto dove tutto non ha senso perchè la morte è la fine di ogni cosa, in questo contesto, noi sposi possiamo dire tanto al mondo. Due creature come tutte le altre, con tanti difetti ed imperfezioni che si mettono insieme, si uniscono per raggiungere il regno dei cieli. Nelle famiglie si alternano le generazioni, i figli accompagneranno alla morte i genitori. Beate quelle famiglie che sapranno accompagnare all’incontro con Gesù i propri anziani nella pace e nella speranza. I bambini riceveranno da questi momenti e da queste testimonianze una ricchezza che resterà loro per tutta la vita e gli permetterà di fortificare la speranza e di conseguenza anche la fede e la carità. Ultimamente tante persone preferiscono non rendere partecipi i bambini della morte dei nonni o di altri parenti. Secondo il mio modesto parere così facendo si privano di qualcosa di importante.

Voglio finire con uno stralcio del testamento di Chiara Corbella. La giovane mamma scrive quando è ormai malata terminale. Scrive al figlio Francesco nato durante la sua malattia:

Lo scopo della nostra vita è amare ed essere sempre pronti ad imparare ad amare gli altri come solo Dio può insegnarti. […] Qualsiasi cosa farai avrà senso solo se la vedrai in funzione della vita eterna. Se starai amando veramente te ne accorgerai dal fatto che nulla ti appartiene veramente perché tutto è un dono. […] Ci siamo sposati senza niente mettendo però sempre Dio al primo posto e credendo all’amore che ci chiedeva questo grande passo. Non siamo mai rimasti delusi. […] Sappiamo che sei speciale e che hai una missione grande, il Signore ti ha voluto da sempre e ti mostrerà la strada da seguire se gli aprirai il cuore… Fidati, ne vale la pena!».

Antonio e Luisa

L’acquarello che ho scelto come immagine di copertina è una bellissima opera di Maria Grazia Budini.

Articoli precedenti

Introduzione

La fede

La carità

Litigare fa bene alla coppia.

Oggi voglio iniziare con un breve aneddoto. Un missionario si trova ospite di una coppia sposata da cinquant’anni anni e, dopo alcuni giorni durante la cena, chiede loro: Non vi ho mai sentito litigare in questi giorni. Come fate? Qual’è il vostro segreto? Lo sposo risponde:  Beh, vede Padre, ora che mi ci fa pensare ha ragione. Non abbiamo mai litigato. Ogni volta che avverto che stiamo per farlo me ne vado in garage. Solo che così ho passato gli ultimi 50 anni in garage!

Naturalmente questa è una battuta. E’ una storiella però molto interessante per comprendere alcune dinamiche. Un rapporto per decollare ha bisogno di un terremoto a volte. Uomo e donna sono profondamente diversi. Hanno storie diverse, educazioni diverse, un modo si pensare diverso e, non meno importante, esperienze e ferite diverse. Quando ci si sposa si diventa uno, si mette tutto in comune, tutto per l’altro. Si dona tutto e si accoglie tutto. Questo inevitabilmente porta ad uno scontro tra due mondi diversi. Come due placche terrestri ci scontriamo e da questa collisione non può che verificarsi un terremoto. Un terremoto che mette in discussione la relazione e l’altro! Come fa a non capire? Come può comportarsi in questo modo? Come fanno a piacergli certe cose? Non capisce che io ho bisogno di questo e non di quello? Ecc. ecc.

Un terremoto che all’inizio sembra distruggere tutto, ma che invece è un’occasione per ricostruire più forte e più bello di prima. Ricostruire la relazione capendo ogni volta qualcosa di più l’uno dell’altra. Imparando, ogni volta di più, ad essere empatico con l’altro. A comprendere che l’altro ha una sensibilità diversa.

Capite come in questo modo il conflitto diventa costruttivo e come aiuti la coppia a trovare un equilibrio fondato sul desiderio di unità nonostante le differenze. Un’unità molto più ricca e bella che permette di allargare orizzonti e cuore. Permette di liberarsi di tutte quelle frustrazioni, di tutta quella rabbia e dei rancori che le situazioni irrisolte inevitabilmente creano. Alcune coppie continuano a nascondere i problemi come polvere sotto il tappeto. La casa sembra così impeccabile. Pian piano quella polvere si accumula, l’aria diventa viziata e irrespirabile e, presto o tardi, soffocante.

Per questo è importante confrontarsi e, a volte, anche litigare. Farlo però bene. Senza uccidere con le nostre parole l’altro. Sappiamo bene, quando vogliamo, come far male all’altro, come ferirlo in modo profondo e mortale. Ecco non facciamolo. Dobbiamo anche nel litigio custodire la nostra coppia e voler bene all’altro. Perchè poi si farà pace, ma le parole dette se hanno ferito nel profondo, lasceranno una ferita ulteriore da rimarginare.

Antonio e Luisa

Si vince o si perde entrambi.

Tempo fa ho avuto uno scambio di messaggi con una persona. Con un’amica social.  Spero non si offenda, cercherò di essere vago e di far si che resti anonima. Avevo condiviso da poco una foto della mia famiglia al santuario di Caravaggio. Chiara (nome di fantasia) mi scrive che è sola in casa. Il marito è uscito in  moto e lei non è voluta andare con lui. Non lo ha seguito perchè lei odia le gite in moto. Lui lo sa. Era una delle poche occasioni in cui avrebbero potuto approfittare della mancanza dei figli, fuori casa per una notte. L’ho sentita molto triste e arrabbiata. Il marito aveva preferito la moto a lei. Chiara ha sicuramente le sue ragioni. Il marito poteva essere più sensibile e accomodante verso di lei. Poteva scegliere un’altra attività da fare insieme. Lei era però troppo ripiegata sulle sue ragioni. Sull’egoismo e irragionevolezza di lui. Le ho scritto un breve messaggio dove ho cercato di farle capire che ripiegarsi sui propri mugugni non serve a nulla. Serve solo ad accrescere la rabbia, la frustrazione e la delusione. E’ importante invece chiedersi il perchè del comportamento del marito. Chiedersi cosa lo ha spinto ad essere così duro e irragionevole. Probabilmente lui si è sentito a sua volta incompreso e non amato. Avrà pensato: Chiara lo sa che la moto mi piace tantissimo. C’è una bella giornata e siamo da soli. Perchè non mi accontenta e viene con me?. Il rifiuto di Chiara ha provocato in lui una chiusura e lo ha reso ancora più deciso a non cedere. Un muro causato da un mix di orgoglio e frustrazione. Ed è partito da solo. Con il risultato che entrambi hanno rinunciato a dialogare. Ognuna chiusa nella certezza di aver ragione. Mi è bastato scrivere un breve messaggio a Chiara per farle subito cambiare prospettiva. Ha visto con gli occhi e il cuore del marito e la sua rabbia si è sgonfiata. Si è resa conto che avevano perso entrambi quel giorno perchè si erano lasciati dividere dall’orgoglio e dall’incapacità di leggere la situazione con la testa dell’altro. Sarebbe bastato un dialogo sereno o, magari, anche un litigio costruttivo per trovare una terza via che avrebbe accontentato tutti e due, e avrebbero così passato un pomeriggio in compagnia l’uno dell’altra, e non in compagnia della delusione. In amore, e ancor di più nel matrimonio, non può vincere solo uno dei due. Si vince o si perde entrambi. Affidiamo nella preghiera a Dio questa breve riflessione che credo possa evitare con poco tanta sofferenza.

Antonio e Luisa.

Sposi sacerdoti. Quanto sono soavi le tue carezze sorella mia, sposa. (51 articolo)

Le carezze sono dolci, le carezze sono lievi, ma lasciano segni indelebili a chi le riceve. Le carezze non afferrano, non sono aggressive e non violano. Le carezze sono segno di voler cercare il contatto fisico con il/la nostro/a amato/a, ma senza prevaricazione, senza prepotenza, solo perchè così, nella reciproca libertà, si può essere teneri e aperti al dialogo amoroso. La carezza ci fa sentire viva la presenza dell’amato/a, ci permette di dare forma e consistenza a ciò che lo sguardo ci mostra. La bellezza dell’amato/a diventa concreta, diventa carne. Don Rocchetta cita un bel passo di un’opera di J.P. Sartre:

La carezza non è un semplice contatto, perchè allora verrebbe meno al suo significato. Carezzando l’altro io faccio nascere la sua carne con la mia carezza, sotto le mie dita. La carezza fa parte di quei riti che incarnano l’altro, fanno nascere l’altro come carne per me e io per lui. Come il pensiero si esprime con il linguaggio, così il desiderio si manifesta nella carezza.

Le carezze sono parte integrante del modo di esprimere tenerezza e la carezza più piena e più coinvolgente è sicuramente l’abbraccio. L’abbraccio permette di percepire completamente la corporeità dell’amato/a e di trasmettere fiducia, sicurezza, amore, protezione, apertura, dedizione in modo molto diretto e sensibile.La mancanza di carezze e abbracci tra gli sposi porta grossi problemi nella coppia. Insoddisfazione, mancanza di intesa, incomunicabilità, senso di frustrazione e di non apprezzamento da parte dell’altro spesso sono susseguenti a mancanza di tenerezza tra gli sposi e quindi di carezze e abbracci. Un abbraccio con la persona amata, per noi che lo abbiamo sperimentato, dona sensazioni meravigliose: sentirla stretta a me, sentire il suo respiro, il suo abbandono e il suo amore, che diventa tangibile e palpabile, mi riempie l’anima e il cuore. A volte non vorremmo smettere tanto è bello. Le coppie, che perdono l’abitudine a sentirsi vive e vicine, perdono molto della loro capacità di aprirsi all’intimità, quindi, perdono molto della loro sponsalità. L’abbraccio permette di sentirci davvero un noi, una sensazione che solo l’amplesso fisico (non a caso è l’abbraccio più profondo tra gli sposi) rende più forte ed evidente. L’abbraccio ci rende uno e questa consapevolezza nutre la nostra unione e il nostro amore sponsale, rendendolo sempre vivo e mai vecchio e stantio. L’abbraccio degli sposi, fateci caso, non segue regole fisse, a volte si abbraccia la persona, a volte la testa o il ventre. L’abbraccio diventa linguaggio vero e proprio che solo gli sposi capiscono. Spesso restano con gli occhi chiusi o socchiusi perchè il mondo esterno non esiste, il dialogo avviene solo attraverso il contatto, il corpo, l’intensità dell’abbraccio. L’amore diventa carne e il corpo geografia dell’amore che doniamo e riceviamo. Vi rendete conto adesso come in un rapporto tra due esseri incarnati l’abbraccio rivesta una rilevanza fondamentale?

Per concludere cito un altro breve spunto, tratto dal libro di Rocchetta, di una terapista americana Virgini Satir:

Ognuno di noi, piccolo o grande, ha bisogno di almeno quattro carezze al giorno per sopravvivere, otto per vivere, dodici per vivere floridamente

Non facciamoci mancare questa medicina! Non costa nulla e non ha controindicazioni.

Antonio e Luisa

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1 Introduzione 2 Popolo sacerdotale 3 Gesù ci sposa sulla croce 4 Un’offerta d’amore 5 Nasce una piccola chiesa 6 Una meraviglia da ritrovare 7 Amplesso gesto sacerdotale 8 Sacrificio o sacrilegio 9 L’eucarestia nutre il matrimonio 10 Dio è nella coppia11 Materialismo o spiritualismo 12 Amplesso fonte e culmine 13 Armonia tra anima e corpo 15 L’amore sponsale segno di quello divino 16 L’unione intima degli sposi cantata nella Bibbia 17 Un libro da comprendere in profondità 18 I protagonisti del Cantico siamo noi 19 Cantico dei Cantici che è di Salomone 20 Sposi sacerdoti un profumo che ti entra dentro.21 Ricorderemo le tue tenerezze più del vino.22 Bruna sono ma bella 23 Perchè io non sia come una vagabonda 24 Bellissima tra le donne 25 Belle sono le tue guance tra i pendenti 26 Il mio nardo spande il suo profumo 27 L’amato mio è per me un sacchetto di mirra 28 Di cipresso il nostro soffitto 29 Il suo vessillo su di me è amore 30 Sono malata d’amore 31 Siate amabili 32 Siate amabili (seconda parte) 33 I frutti dell’amabilità34 Abbracciami con il tuo sguardo 35 L’amore si nutre nel rispetto. 36 L’inverno è passato 37 Uno sguardo infinito 38 Le piccole volpi che infestano il nostro amore. 39 Il mio diletto è per me. 40 Voglio cercare l’amato del mio cuore 41 Cos’è che sale dal deserto 42 Ecco, la lettiga di Salomone 43 I tuoi seni sono come due cerbiatti 44 Vieni con me dal Libano 45 Un giardino da curare 46 L’eros è un amore tenero 47 La tenerezza è amare come Dio ci ama 48 Mi hai rapito il cuore con un tuo sguardo 49 Fammi sentire la tua voce. Perchè la tua voce è soave 50 Mi baci con i baci della sua bocca

Dio scese su Giovanni non su Tiberio.

Nell’anno decimoquinto dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetrarca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetrarca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetrarca dell’Abilène,
sotto i sommi sacerdoti Anna e Caifa, la parola di Dio scese su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto.
Ed egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati,
com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaia: Voce di uno che grida nel deserto: Preparate la via del Signore, raddrizzate i suoi sentieri!
Ogni burrone sia riempito, ogni monte e ogni colle sia abbassato; i passi tortuosi siano diritti; i luoghi impervi spianati.
Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!

Quello di questa domenica è un Vangelo che riempie il cuore di speranza. Non è un caso che il Vangelo inizia elencando tutte le persone più influenti e detentrici del potere politico, militare e religioso. Quelli che contano, quelli che sono nella stanza dei bottoni. Quelli sotto cui è la vita di una moltitudine di persone. L’imperatore di Roma Tiberio, il governatore Ponzio Pilato, i tetrarchi Erode, Filippo e Lisània. Infine i sommi sacerdoti Anna e Caifa. Non manca nessuno! Dio non scende su di loro. Dio scende su Giovanni. Scende sul figlio di Zaccaria. Scende su una famiglia normale, ordinaria, che non si distingue da tante altre del posto. Quella famiglia può essere la nostra. In un tempo dove anche nella Chiesa c’è tanta confusione. Dove, nonostante il Papa cerchi si governare la barca nella burrasca, tanti si perdono. Dove non c’è più una parola chiara e netta sull’amore umano, sulla fedeltà, sulla castità e sulla sessualità. In una Chiesa, dove si alzano mille voci che dicono l’una il contrario dell’altra, noi sposi cristiani possiamo essere chiamati a dare testimonianza. Esattamente come Giovanni. Un uomo che non aveva grande potere ma spaventava un tiranno come Erode. Uno che parlava con un’autorevolezza che veniva, non da una forza politica o militare, ma dalla forza della Verità, dalla forza di Dio. Non curiamoci di tutte le voci nella Chiesa, non possiamo farci nulla. Qualcosa che possiamo fare c’è. Facciamo parlare la nostra vita, il nostro matrimonio e la nostra relazione. Solo così potremo cambiare davvero qualcosa.

Antonio e Luisa

Maria: stella polare di ogni sposa

Maria sposa. Maria sposa dello Spirito Santo. Ma ancora meglio, Maria sposa di Cristo.

Maria madre e sposa di Cristo. Così afferma don Bruno Forte, vescovo e teologo molto apprezzato. Maria sposa di Cristo perchè Maria è la Chiesa. Maria incarna tutto ciò che è Chiesa. Maria che non chiede nulla. Maria umile. Maria che non chiede ma si mette completamente a disposizione di Dio. Maria che attende e ascolta. Maria creatura perfetta non toccata dal peccato dei progenitori. Maria odiata da Satana. Satana che sa di essere meno di Dio ma non può invece accettare che una donna, una creatura non abbia mai ceduto alle sue tentazioni e alle sue insidie. Maria che non si domanda perchè proprio lei, ma chiede come poter essere serva del suo amato Dio. Maria indica la strada ad ogni moglie e ad ogni mamma. Maria che crede in ogni moglie e in ogni mamma. E ogni moglie e mamma che si affida come Maria al suo Signore compie meraviglie, rende di nuovo presente l’amore di Maria concretamente nel mondo, porta luce, amore e vita.

Come non pensare a Chiara Corbella. Chiara che come Maria ha accettato ogni figlio come dono di Dio per sè, per il suo sposo, per tutto il mondo. Chiara che non si è chiesta perchè i suoi due bambini avessero quelle malformazioni che rendevano loro la vita impossibile. Chiara ha visto in ognuno di loro un dono bellissimo, perfetto così, e quella mezzora in cui gli ha stretti tra le braccia prima di riconsegnarli al Padre, è stato per lei un momento di Grazia e di bellezza infinita. Alcune donne non vogliono figli. Dicono che questo mondo è troppo brutto, c’è troppa violenza per generare dei bambini. Queste donne si sono arrese, arrese alla paura, arrese allo scoraggiamento, arrese alla morte. Ogni bambino, come Gesù, è un dono. Un dono di Dio a tutto il mondo. Ogni figlio è vita, amore, speranza e luce.

Maria vera donna, vera moglie e vera madre diventi stella polare per ogni sposa. Non guardiamo a lei come ad una donna impossibile da imitare perchè troppo perfetta e bella.

Guardiamo a lei come colei che si è offerta completamente a Dio, si è abbandonata alla Sua volontà e che ha fatto dell’umiltà la propria veste. Ogni donna che riesce a mettere in pratica questo, come ha fatto Chiara, diviene come Maria e illumina la propria famiglia e il mondo intero con la luce di Dio.

Antonio e Luisa

VENERABILE ALESSANDRO NOTTEGAR: COME RENDERE STRAORDINARIO L’ORDINARIO

Alessandro Nottegar nasce a Verona il 30 ottobre 1943 da una famiglia contadina che, al termine della quinta elementare, lo manda a studiare dai Servi di Maria. Dopo anni di studio, preghiera e discernimento, capisce di essere chiamato al matrimonio. Si iscrive a Medicina e nel 1971 sposa Luisa, dalla quale ha tre figlie. Una volta laureato, Alessandro rifiuta una sistemazione sicura e ben remunerata come medico di famiglia nel Veronese e parte con la sua famiglia per il Brasile, dove lavora gratuitamente per quattro anni come medico dei poveri, dapprima in un piccolo ospedale del Mato Grosso, poi in un lebbrosario e infine in uno sperduto paesino dell’Amazzonia.

Convinto che anche gli sposi sono chiamati alla santità, una volta rientrato a Verona, decide, con la moglie Luisa, di iniziare una nuova comunità di vita, fondata sulla preghiera, l’accoglienza e il servizio ai poveri. Sceglie così di vendere la propria eredità e di mettere il ricavato, con tutti i risparmi di famiglia, a disposizione di questo progetto. La Provvidenza moltiplica sette volte questa somma: Alessandro può così comprare una casa sulle colline di Verona; qui, il 15 agosto 1986, ha inizio la Comunità Regina Pacis.

Soltanto un mese dopo, il 19 settembre 1986, a soli 42 anni, Alessandro muore improvvisamente d’infarto.

Il giorno 14 maggio 2007 si è aperto il processo informativo diocesano; il 4 maggio 2017 Alessandro è stato dichiarato “Venerabile” da Papa Francesco.

Una delle principali caratteristiche del Venerabile Alessandro Nottegar è l’umiltà: lui non ha mai fatto vanto dei suoi studi e della sua cultura, ma anzi, li ha messi a disposizione degli altri. Quando viveva la sua missione in Brasile, diceva: «Sono indegno di servire nei malati Cristo Crocifisso. Vedo in loro mio padre, mia madre, mio fratello, i miei figli». Durante la missione il suo obiettivo, oltre a quello di fornire le cure agli ultimi, era quello di ridare dignità all’umanità ferita, in particolare dei lebbrosi, coinvolgendoli in varie attività alle quali partecipava in prima persona.

Ma oltre a essere un eccellente medico, Alessandro era uno sposo e un padre amorevole.

Ciò che stupisce della figura di Alessandro è la sua capacità di rendere straordinario l’ordinario: «un uomo che ha parlato poco e ha compiuto scelte straordinarie, ritenendosi sempre un “servo inutile”», egli è riuscito a sublimare l’umano e il divino già qui sulla terra, facendo ogni cosa sempre con il sorriso sulle labbra.

Nella vita del dott. Nottegar la preghiera era di fondamentale importanza. Tutte le scelte, dalle più piccole alle più grandi, erano messe nelle mani di Dio affinché si compisse la Sua volontà: «… Ma se collaboro un po’ con Lui, quando prego sento che il Signore mi trasforma e mi prepara a essere segno sempre più chiaro della sua Salvezza, che ha portato a tutti in abbondanza».

Assieme alla moglie Luisa, aveva messo al centro della loro vita di coppia e di famiglia la preghiera insieme. Inoltre, lui spesso dopo una giornata di ospedale si offriva di svolgere i lavori domestici, come lavare i piatti e pulire i pavimenti. Se Luisa “protestava”, la risposta che riceveva era: «Donna, non posso regalarti i fiori tutti i giorni per dimostrarti il mio amore; lascia che ti “sollevi” dai lavori più pesanti».

Alessandro e Luisa hanno avuto anche la grande capacità di trasmettere l’abbandono e la fiducia in Dio alle figlie, non con grandi discorsi teorici e teologici, ma con la vita e l’amore.

L’esempio di Alessandro è fondamentale nel mio cammino di separata che ha scelto di rimanere fedele al Sacramento perché, mettendomi in ascolto dei suoi insegnamenti, ho dato un senso alla mia scelta: ho sentito chiaro l’invito alla preghiera, al fiducioso abbandono in Dio che tutto può e non lascia cadere nel vuoto il grido di dolore dei suoi figli. Ma più di tutto ho imparato l’Amore, l’Amore con la A maiuscola, quello che non chiede nulla in cambio, quell’Amore che arriva fino al sacrificio estremo della Croce, quell’Amore “vuoto a perdere”, quell’Amore che arriva anche a farsi mangiare, quell’Amore che per primo mi è stato donato da Cristo sulla Croce.

Credo che Alessandro sia un grande esempio per tutti, perché rende la santità fruibile e alla portata di chiunque; la sua vita infatti non è stata costellata da grandi imprese eroiche, ma soltanto da un Amore e una fiducia incondizionata in quel Dio che ci ha creati e redenti per l’eternità, vivendola nella vita quotidiana di uomo, marito, padre e medico.

Chiudo con una frase che caratterizza in modo speciale l’abbandono fiducioso del dott. Alessandro alla volontà di Dio: «Signore apri la strada della tua Volontà e chiudi tutte le altre».

 

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Tutti i virgolettati sono stati presi dal testo di Saverio Gaeta: Alessandro Nottegar il “mediano” della santità– Sugarco Edizioni.

 

Virtù e matrimonio. La carità. (3 articolo)

Se la fede, come abbiamo visto nell’articolo precedente, ci aiuta a perfezionare l’accoglienza di Dio, la carità ci aiuta a perfezionare la nostra capacità di rispondere a quella autodonazione di Dio a noi. La fede è accoglienza, la carità invece è la donazione di noi stessi. Cosa accade quindi alla virtù della carità nel matrimonio? La carità fa degli sposi una cosa sola. Gli sposi si trasformano in dono l’uno per l’altra. La carità genera e perfeziona l’unità tra gli sposi. Come Dio in sè è uno e trino in virtù dell’amore, così si realizza in noi la capacità di generare e mostrare quell’unità d’amore divina. Attraverso la carità nel matrimonio io sposo, se lo voglio e agisco quindi di conseguenza, posso donarmi e amare la mia sposa come l’ama Dio, nonostante tutte le mie miserie, debolezze, finitezze e fragilità, perchè è lo Spirito Santo che con la Grazia del matrimonio opera in me. Ma cosa significa amare la mia sposa e donarmi a lei come Dio? Come si dona Dio? Dio si dona per primo. Dio è puro dono. Noi abbiamo la capacità, donataci dallo Spirito Santo, di perdonare per primi e sempre, di fare sempre il primo passo per la riconciliazione, senza curarci di avere o meno ragione. Dobbiamo uscire da noi stessi, dalle nostre rivendicazioni e ripicche e mettere l’altro al centro delle nostre preoccupazioni. Ho impiegato alcuni anni per capirlo, per tanto tempo ho fatto pagare alla mia sposa i torti subiti veri o presunti, con musi lunghi e indifferenza mantenuta ostinatamente per ore se non per giorni, aspettando le sue scuse. Questa non è carità ma soltanto orgoglio.  Come dice San Paolo la nostra deve invece essere una gara a chi si ama di più, a chi si perdona di più e per primo. Questa è la carità reciproca.

Altra caratteristica dell’amare di Dio è la gratuità. Dio ci ama senza voler nulla in cambio. Io facciamo lo stesso con la mia sposa? Oppure sono bravissimo a ricattarla sottilmente, a farle pesare ciò che faccio e continuamente paragono ciò che le do con quanto ricevo? Questa non è carità ma un baratto di affetto, di servizio, di “amore”. Dio non ci insegna ad amarci così e questa modalità di amare presto o tardi porterà a rancori e distanza tra gli sposi. La virtù della carità non solo ci abilita ad amarci per sempre ma sempre, anche quando l’altro è antipatico e non si rende amabile con il suo atteggiamento o le sue azioni. E’ difficile, non lo nego, anche io manco di carità innumerevoli volte verso la mia sposa, ma ora sono consapevole di questo e chiedo a Dio di donarmi la forza per superare le mie miserie e poter essere davvero dono gratuito per lei. Chiara Corbella chiedeva a Dio:

Dammi la Grazia di vivere la Grazia

Ultima caratteristica dell’amore di Dio è la gioia. Dio si dona con gioia. Dio è felice di averci creato, si rallegra quasi stupendosi della meraviglia da lui creata: l’uomo. E’cosa molto buona. Anche noi dobbiamo essere capaci di amarci così. Guardarci sempre con quello sguardo meravigliato e riconoscente che è capace di cogliere la bellezza che genera in noi e nella nostra vita la presenza della persona amata. Riuscire a cogliere questa bellezza è il segreto per trovare la pace e la gioia di amare.

Antonio e Luisa.

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Introduzione La fede

Non sapere amare è la povertà più grande.

Chi sono i poveri? Chi sono i sofferenti? Nella nostra Chiesa occidentale c’è un grande pericolo. Quello di occuparsi solo di una povertà. Quello di occuparsi di chi ha materialmente poco o nulla. La Chiesa si occupa di migranti, di emarginazione, di fornire pasti e vestiario. A volte di fornire qualche aiuto per le bollette e per la casa. Tutto bello! Ci mancherebbe che la Chiesa non lo facesse. Ma…. C’è un ma. E’ questa la missione primaria della Chiesa? Si riduce ad un’attività di sostegno sociale ed economico? Come una ONLUS qualsiasi? Non dovrebbe occuparsi anche delle povertà spirituali ed affettive? Non sono poveri tanti nostri giovani che fanno del sesso un mezzo come un altro di piacere, di possesso e di uso sull’altro? Non sono povere tutte quelle coppie che non riescono a mantenere un matrimonio vivo e vanno incontro al fallimento? Non sono poveri quelli che non si sposano perchè non vedono differenza tra un’unione sacramentale ed una convivenza? Non sono poveri quelli che non hanno il coraggio delle scelte definitive, di investire tutta la vita e ciò che sono in una relazione che possa essere totale e quindi autentica?

Per carità ci sono sacerdoti, esperienze e realtà ecclesiali che si occupano di queste povertà. Sono però realtà insufficienti e marginali.

Nella maggior parte del clero e dei laici impegnati vedo un altro atteggiamento. Un atteggiamento sbagliato. Come padri di famiglia che non sono capaci di educare e che per togliersi di impiccio dicono sempre si. Come se io con i miei figli non educassi ma li assecondassi in tutte le loro richieste. Starei facendo il loro bene? Oppure starei fallendo il mio ruolo di educatore che prepara il figlio ad una vita buona?

Un esempio su tutti. La diocesi di Cremona ha organizzato alcuni giorni fa un incontro con le realtà LGBT che si definiscono credenti. Ebbene hanno proposto la via cristiana per queste persone? Hanno indicato la castità come unica via per vivere relazioni vere e sane? Che io sappia no. Non hanno saputo dire che non è l’amore (che magari tante persone LGBT sentono e vivono) a rendere santo un atto sessuale, ma che è l’atto sessuale che se non è vissuto nella verità di un desiderio di unione e fecondità va a sporcare anche l’amore che due persone dicono di sentire nel cuore. La sessualità nella Chiesa è sempre più sottovalutata. Come se non fosse più riconosciuta la valenza del corpo. Noi siamo spiriti incarnati. L’amore va vissuto attraverso il nostro corpo. Noi siamo anche il nostro corpo. Non possiamo illuderci di usare il nostro corpo in modo egoistico e sbagliato e non avere conseguenze su tutta la persona. Non posso pensare che avere rapporti anali sia un modo come un altro per vivere l’amore. Non è mai amore. Non posso credere che utilizzare o meno anticoncezionali per due sposi sia indifferente e che questa scelta non condizioni tutto il matrimonio. Non posso credere che per due fidanzati sia la stessa cosa vivere la loro relazione nella castità oppure viverla nell’esperienza completa dell’amplesso.

Il Papa sta cercando di correre ai ripari. Tante volte lo ha detto e scritto. Nessuno lo ascolta. Tutti concentrati sulla comunione ai divorziati risposati. Quella può essere una cura per chi è già malato. Il Papa ha espressamente chiesto di rivedere i corsi di preparazione al matrimonio. Il Papa ha chiesto di favorire il nascere di gruppi familiari dove trovare sostegno ed aiuto. Il Papa vuole che la verità venga annunciata con forza. Quanti lo ascoltano? Tanti preti pensano all’amore come qualcosa di romantico. Credono che il cuore sia più importante del corpo. Quale illusione. Quanti danni questo modo di pensare. Poi quando si deve scendere nel fango, affrontare la vita reale fatta di una sessualità vissuta male non sanno come intervenire. Allora tutto va bene. asta che ci sia amore nel cuore. Ma quale amore? Non va tutto bene. Prima o poi i nodi vengono al pettine. Quanta sofferenza inutile causata da pastori incapaci e impreparati. Ringrazio Dio di avermi fatto incontrare padre Raimondo Bardelli quando ero ancora un ragazzo. Un padre che è sceso nel mio fango. Senza di lui ora sarei un mendicante d’amore. Ne sono certo. Non tutti hanno avuto la mia fortuna di un incontro tanto importante. Per questo ora mi sento in dovere di restituire qualcosa del tanto che ho ricevuto.

Sta a noi coppie di sposi riappropriarci di questa importante attività educativa e di evangelizzazione. Sta a noi mostrare che esiste una Verità e che non è uguale e indifferente avere un comportamento rispetto ad un altro. Tutti noi genitori siamo chiamati a farlo prima di tutto con i nostri figli e poi, perchè no, mettersi in gioco anche nella nostra parrocchia e comunità. E’ urgente darsi da fare, è urgente mostrare la bellezza di una scelta d’amore nella Verità e nella castità.

Antonio e Luisa