Pilato allora rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: «Tu sei il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te oppure altri te l’hanno detto sul mio conto?». Pilato rispose: «Sono io forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?». Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce».
Cristo è re. Re dell’Universo. Detto così sembra qualcuno di lontano ed irraggiungibile. Tutto assume un altro valore quando lo accogliamo come Re della nostra vita e del nostro matrimonio. Cosa significa concretamente? Significa essere liberi ed essere liberati da un peso che non possiamo sostenere. Ogni persona, proprio per la natura umana che la costituisce, non si basta. Spesso nelle coppie si generano dinamiche pericolosissime. Due dinamiche diverse, ma ugualmente dannose. Credersi il dio dell’altro/a o fare dell’altro il proprio dio. Questo può accadere quando il trono è vacante, quando si è scacciato Gesù dalla nostra vita di coppia.
Nel libro di Christiane Singer Elogio del matrimonio, c’è un passaggio che merita attenzione e una riflessione attenta. Un passaggio che mi interroga e mi provoca sulla mia relazione e su come la intendo.
Se uno dei due sposi non sopporta che l’altro vibri, viva e ami al di fuori della sua presenza, se si mette a sognare di essere la sola fonte della sua felicità, può avere almeno una certezza: quella di diventare molto presto la sola fonte della sua disgrazia.
Parole pesanti come macigni. Pesanti, ma che possono davvero permetterci di fermarci e pensare. Chi voglio che sia il sole per la mia sposa? Qual’è il sole per me? Quale sorgente della luce vogliamo per noi e per l’altro? La tentazione di chiudersi nella coppia dove l’uno è la sorgente per l’altro è molto forte. L’amore che resta chiuso è destinato a stagnare e a diventare palude. Un’acqua malsana per un amore malsano. L’amore è acqua che ha bisogno di scorrere, di entrare e di uscire. Poi la fonte non è mai nella coppia. La fonte è altro, la fonte è in alto. Per tutti la fonte è Dio, la differenza è che noi cristiani lo sappiamo. La coppia è immagine di Dio, dell’amore di Dio. La coppia è immagine anche della forza creatrice di Dio. La coppia è vita ed è amore. Tutto l’amore degli sposi, che non si genera nella coppia (la fonte è Dio), ma che cresce e si perfeziona nella coppia, ha poi bisogno di uscire per irrigare, per fecondare il mondo. Così la mia gelosia per gli interessi e per i successi dell’altro/a non avrebbe senso. Significherebbe non aver capito nulla di cosa sia il matrimonio. Se la mia sposa ha impegni ed interessi al di fuori della coppia, dove riscuote successo e che le danno gratificazione, devo esserne felice. Perché in quelle attività sta portando tutta la sua ricchezza. Ricchezza che è data dalla sua unicità e individualità, impreziosita però, del nostro amore vicendevole e della nostra relazione sponsale. Tutto quello che lei porta nel lavoro, nella comunità, nelle amicizie, nella preghiera, nella Chiesa e in tutto quello che fa, ci sono anche io. Come potrei esserne geloso? Naturalmente questo è possibile quando comprendo e mi libero dal peso e di essere il dio di mia moglie. C’è una frase che ho letto su una maglietta. Una frase divertente ma che nasconde una grande verità: Dio c’è, ma non sei tu. Rilassati. Ricordiamoci che vale anche per il matrimonio. Ricordiamoci che il Re dell’Universo è Gesù. Re anche del nostro universo.
Lo sguardo è decisivo. Spesso non c’è bisogno di parlare. Basta scambiarsi uno sguardo e già si capisce tutto. Soprattutto quando a scambiarselo sono due sposi con alcuni anni di matrimonio alle spalle. Si capisce la tristezza, la gioia, la stanchezza, il desiderio, l’attrazione.
Lo sguardo è immediato arriva prima di ogni altro gesto perchè è diretto, ma non per forza ravvicinato. Uno sguardo può incoraggiare ad avvicinarsi o al contrario può allontanare e far sentire l’altro/a non desiderato. Lo sguardo è la prima parte di noi che interagisce con la persona amata ed instaura un dialogo con essa. Come non pensare alla nostra vita di coppia? Se ci si conosce profondamente e dopo anni di matrimonio di solito è così, uno sguardo dice tutto. Lo sguardo non si improvvisa e non mente. Se voglio mantenere uno sguardo su mia moglie limpido e sincero, che trasmette a lei tutto il mio desiderio e le permette di specchiarsi dentro i miei occhi e di vedersi bellissima, devo educarlo, devo rinunciare ad inquinarlo con immagini che trasformano le donne in oggetti. Se mi nutrirò di pornografia e di immagini degradanti, la mia sposa vedrà nel mio sguardo non la sua bellezza ma la mia voglia di farne il mio oggetto di piacere, rovinando tutto e facendola sentire svalutata e violentata. Uno sguardo, che viene dal profondo di noi stessi e che si arricchisce di tutto il vissuto carico di amore e tenerezza, ci permetterà di far sentire la nostra sposa bellissima sempre e a noi di vedere in lei una creatura che ci meraviglia ogni giorno. Questa è la bellezza del matrimonio.
Sentite quello che scrive don Oreste Benzi a proposito dello sguardo:
Sentirete, guardandovi negli occhi l’un l’altro di essere costruttori di pace, di essere misericordiosi, di essere miti e semplici, di essere affamati e assetati di giustizia. Sentirete la gioia stupenda che viene dal sentirsi chiamati: questa è la vocazione che il Signore ci dona.
E allora, ripieni di Dio, tu sposa leggerai la tua bellezza negli occhi del tuo sposo, perchè credo che una sposa non possa leggere la propria bellezza guardandosi allo specchio, ma guardandolo negli occhi del proprio marito sente tutta la propria preziosità e la propria bellezza.
Ogni tanto fate questo esercizio. Abbiamo bisogno di meravigliarci ancora di quella donna o di quell’uomo che anni orsono, tanti o pochi non importa, ci ha rapito il cuore. Prendetevi qualche minuto solo per voi. Non esistono figli, lavoro, telefono, casa e preoccupazioni. Mettetevi l’uno di fronte all’altra, seduti per star comodi, ma vicino che potete toccarvi. Guardatevi, prima il viso poi il corpo, dall’alto al basso e poi tornate indietro. Guardatevi con attenzione, guardate anche i vostri difetti e i segni del tempo, non distogliete lo sguardo dai capelli bianchi, dalle rughe, dalle imperfezioni, dalle rotondità. Non abbiate fretta, prendetevi tutto il tempo che vi serve, saziatevi e riempitevi dell’altro/a, della bellezza dell’altro/a. Ripetete allora dentro di voi le parole del Cantico dei Cantici:
Quanto sei bella amica mia, quanto sei bella!
Come sei bello, mio diletto, quanto grazioso!
Guardatevi negli occhi, resistete perchè non è facile, se non si è abituati, guardarsi per più di qualche secondo senza ridere o rompere l’atmosfera, vedrete che avrete voglia di accarezzare quel volto. Accarezzatelo e senza distogliere lo sguardo dagli occhi dell’altro/a, tastate come un cieco quel volto, guardatelo attraverso il tatto. Accompagnate questa presa di possesso dell’altro/a con le parole del Cantico: Tu sei mio/a, io sono tua/o.
A questo punto, lo dico per esperienza, l’altro/a vi appare in tutta la sua bellezza, una bellezza che commuove e riempie di meraviglia gli occhi e il cuore.
La nostra preghiera guidata finisce qui, ora a guidarvi sarà il desiderio e la meraviglia che vi riempie il cuore.
Questo tipo di “esercizio” non è una mia invenzione ma l’ho preso in prestito da un libro di Roberta Vinerba. Non solo serve a fare memoria della meraviglia dell’altro/a ma quando ci riesce difficile farlo ci dice che forse dobbiamo ritrovare un’intesa perduta e imparare nuovamente a parlare il linguaggio dell’amore fatto di tenerezza e dialogo.
Voglio riprendere una riflessione del Papa, di un Angelus dell’estate scorsa. Una riflessione rivolta ai giovani, in vista dell’imminente Sinodo a loro dedicato. Una riflessione che calza anche per noi sposi. Il Papa disse:
Tante volte capita di sentire alcuni che dicono: ‘Io non faccio del male a nessuno’. E si crede di essere un santo. D’accordo, ma il bene lo fai? Quante persone non fanno male, ma nemmeno il bene, e la loro vita scorre nell’indifferenza, nell’apatia, nella tiepidezza. Questo atteggiamento è contrario al Vangelo […] È bene non fare il male, ma è male non fare il bene. Questo lo diceva sant’Alberto Hurtado
Mi è capitato in questi giorni di ritrovare e rileggere per caso queste parole. Mi si è accesa una luce. Quante volte io potrei amare la mia sposa e non lo faccio? Quante volte mi lascio scappare delle occasione per mostrarle il mio amore, il mio desiderio, la sua preziosità? Ogni sposo/a dovrebbe farsi questa domanda. Non servirebbe un grande impegno. Solo un po’ di attenzione. Eppure, nonostante tutto, mi lascio scappare tantissime occasioni che non ritorneranno. Ogni gesto d’amore e di attenzione è come un mattoncino che rende più salda la casa della nostra relazione. Non metterlo è come indebolirla e renderla più fragile.
Quali sono le modalità per fare del bene alla persona amata e alla nostra relazione? John Grey, scrittore e saggista americano, distingue ciò che può fare l’uomo da quello che è l’impegno per la donna.
Un uomo nei confronti della moglie può attuare questi gesti o queste azioni:
tornando a casa per prima cosa cercate, salutate e abbracciate la vostra sposa
complimentatevi con lei per il suo aspetto
regalatele dei fiori anche senza un motivo legato a date importanti
abbracciatela spesso
ditele “Ti amo” almeno due volte al giorno
aiutatela quando la vedete stanca
ringraziatela quando fa qualcosa per voi
ogni tanto telefonatele anche dal posto di lavoro, magari solo per dirle “Ti amo”
Una donna verso il suo sposo può invece:
non reagite quando commette un errore, dicendo “Te l’avevo detto”
quando lui si chiude in se stesso (l’uomo ha bisogno di farlo) non fatelo sentire in colpa
accoglietelo con il sorriso quando torna a casa
non fatelo sentire un irresponsabile se dimentica di comprare qualcosa o perde le chiavi
mostrate il desiderio di fare l’amore con lui
Quelle proposte dallo scrittore sono solo delle idee da prendere senza valore scientifico, hanno un valore puramente esemplificativo generale. Appare forse anche un po’ stereotipato però è importante, secondo me, rifletterci sopra. Quante di queste cose io potrei fare e invece non faccio? Alcune volte magari le penso anche ma restano dentro di me come lettera morta. Quando mi appare particolarmente bella con quel vestito o quel trucco, quando cucina qualcosa di particolarmente buono. Potrei dirlo, basta poco e non lo faccio. Perchè? Basta solo un po’ di attenzione. Con un po’ di attenzione potrei fare del bene alla mia sposa e alla mia relazione. Questo è un peccato. Questo è non curare il tesoro più grande che Dio mi ha affidato. Questo è non nutrire il mio amore. Non facciamo magari nulla di male, ma non far crescere il nostro amore è già un male. Pensateci!
Oggi voglio riprendere il famigerato e criticatissimo passo di Efesini 5 dove San Paolo scrive:
Le mogli siano sottomesse ai mariti come al Signore; il marito infatti è capo della moglie, come anche Cristo è capo della Chiesa, lui che è il salvatore del suo corpo. E come la Chiesa sta sottomessa a Cristo, così anche le mogli siano soggette ai loro mariti in tutto.
Un passo che ho già analizzato e proposto altre volte. Oggi vorrei dare una lettura ancora diversa. Una lettura che è nuova anche per me. Una riflessione che mi è stata provocata da don Mario, un sacerdote che ha proposto una Lectio Divina sul capitolo 3 delle Genesi dove possiamo leggere:
Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà».
Quale differenza c’è tra questi due passi della Bibbia? Dicono esattamente la stessa cosa! Sembrano dire la stessa cosa! In realtà tutta la prospettiva è capovolta.
Partiamo ad analizzare il secondo, quello di Genesi. La donna ha la sindrome del principe azzurro. Può far finta che non sia vero, può cercare di cancellare e di rinnegare questa verità. La donna è fatta così. Vuole trovare l’uomo che la salva, l’uomo che riempie tutto il bisogno di amore e di completamento che sente come desiderio profondo. Badate bene Dio non sta condannando la donna in questa sua affermazione. Le sta dicendo che lei è fatta in quel modo. Tutte le volte che si attaccherà al suo uomo in modo viscerale e possessivo nascerà in lei la paura di perderlo. Tutte le volte che la donna si metterà in questa condizione avrà già perso. Quell’uomo che ha sposato non sarà mai capace di riempire quel vuoto. Non sarà mai perfetto. Non esiste nella realtà il Richard Gere dei film. Quell’uomo non sazierà mai quella fame di amore e quella sete di infinito che sente forte in lei. Fateci caso: proprio per questa sua natura costitutiva la donna è portata a sopportare maltrattamenti e tradimenti da parte del marito. Quanti casi di cronaca ci raccontano questa dinamica. Anche certe femministe ideologicamente molto impostate che fanno una guerra di genere, che considerano gli uomini tutti stronzi, in realtà hanno paura di questa cosa che sentono nel loro profondo. Hanno paura di innamorarsi per non farsi dominare. Ecco il significato di questa profezia di genesi: Verso tuo marito sarà il tuo istinto, ma egli ti dominerà.
Paolo disinnesca questa realtà. Paolo dice alla donna sì che continuerà ad essere sottomessa. Sarà, però, sottomessa all’amore. Non per paura di perdere qualcuno. Paolo ci sta dicendo che la donna che incontra Cristo sarà libera. Sarà libera di amare. Sarà libera dalle paure di perdere ciò che dà senso e valore alla sua vita. Non sarà più il marito ad essere dominante. La donna non si farà più dominare. Al contrario proprio perchè ha incontrato l’Amore infinito che disseta e sazia sarà capace di non cercare nel suo sposo qualcosa che lui non può darle. Avendo trovato l’Amore in Dio sarà capace di sottomettersi all’amore che, in un discorso di coppia, significa concretamente riuscire a mettersi sotto al marito. Mettersi al servizio, non perchè dominata in un rapporto di forza, ma perchè volontariamente, avendo assaporato l’amore di Dio, vuole riamare Dio attraverso il suo sposo, nel suo sposo e per il suo sposo. Può sembrare un discorso maschilista, ma vi ricordo che io ho un compito altrettanto difficile con la mia sposa, forse ancora più del suo. Devo amarla come Gesù ha amato la Chiesa. Amarla fino alla croce. Che non significa altro che morire per lei, mettere lei prima di me. Come vedete, detto in modo diverso, ci viene chiesta la stessa identica cosa. Perchè questa è la dinamica dell’amore cristiano, un amore che si dona e che non possiede.
Riprendendo gli articoli dei giorni precedenti, si può quindi dire che la tenerezza diventa uno stile di vita, un modo di amare in ogni momento, un modo che rispecchia lo stile di Dio e che permette a noi sposi di combattere il desiderio di possesso e di farci dono.
La tenerezza è un vero e proprio linguaggio che ci permette di comunicare attraverso il corpo, la tenerezza pone le basi per rendersi accogliente e aprirsi all’altro, ci permette in sostanza di instaurare un dialogo perpetuo d’amore.
Il nostro corpo diventa luogo e mezzo della tenerezza. Se non abbiamo un atteggiamento libero e sano nei confronti del corpo, non riusciremo ad esprimere la tenerezza. Prima cosa da fare è sicuramente educarci a vedere il nostro corpo come qualcosa non di estraneo all’anima ma qualcosa che ne è strettamente legato. Noi non abbiamo un corpo, ma noi siamo anche il nostro corpo. Non possiamo disporre del nostro corpo illudendoci che ciò non influenzi tutta la persona. Dice Rocchetta che ogni persona ha due possibilità: fare della corporeità un segno vivo e tangibile della tenerezza oppure chiudersi a riccio facendo di sé un recinto chiuso e impenetrabile. E’ chiaro che con l’amata/o desidereremmo essere nella prima situazione, ma non è sempre facile. Ci portiamo dentro ferite, lacci, idee e vissuti che spesso ci rendono molto difficile aprirci totalmente al/la nostro/a sposo/a. Solo un vero dialogo d’amore, un progressivo abbandono all’altro e un atteggiamento costante di rispetto e non di prevaricazione possono aiutarci ad essere finalmente capaci di accogliere l’altro/a in noi e di darci all’altro/a in un contesto di fiducia ed abbandono reciproco. Per me e la mia sposa è stato esattamente così. Spesso si arriva al matrimonio con ferite da guarire e blocchi da rimuovere e solo con gli anni il rapporto di coppia diventa realmente totale e libero nella verità.
Ecco perché la castità è fondamentale. La castità prima del matrimonio (astinenza) e dopo il matrimonio (perfezionamento del rapporto fisico) permette di mantenere sempre un’aderenza tra anima e corpo e permette così di crescere nella tenerezza. Fortunati quei ragazzi che vivono un fidanzamento vero nella castità, impareranno a parlare il linguaggio della tenerezza, che nel matrimonio sarà fondamentale e farà la differenza nella qualità dell’unione. La nostra unione deve essere specchio del nostro rapporto con Dio e si può quindi dire che la tenerezza porta all’intimità con Dio e Dio porta alla tenerezza nell’intimità con la nostra sposa o il nostro sposo.
Concludo con le parole di Papa Francesco, tratte dal suo discorso per i partecipanti al convegno promosso dalla “Casa della Tenerezza” di don Carlo Rocchetta. Discorso recentissimo, del settembre scorso. Discorso che sintetizza il messaggio di questo articolo.
Quando l’uomo si sente veramente amato, si sente portato anche ad amare. D’altronde, se Dio è infinita tenerezza, anche l’uomo, creato a sua immagine, è capace di tenerezza. La tenerezza, allora, lungi dal ridursi a sentimentalismo, è il primo passo per superare il ripiegamento su sé stessi, per uscire dall’egocentrismo che deturpa la libertà umana. La tenerezza di Dio ci porta a capire che l’amore è il senso della vita. Comprendiamo così che la radice della nostra libertà non è mai autoreferenziale. E ci sentiamo chiamati a riversare nel mondo l’amore ricevuto dal Signore, a declinarlo nella Chiesa, nella famiglia, nella società, a coniugarlo nel servire e nel donarci. Tutto questo non per dovere, ma per amore, per amore di colui dal quale siamo teneramente amati.
Una delle contestazioni più frequenti che vengono mosse all’uso dei metodi naturali è l’ipocrisia di fondo della scelta. Che differenza c’è tra metodi naturali e contraccezione? Non servono entrambe le soluzioni per non avere figli? In realtà non è così. Cercherò di spiegarmi meglio. So che è un discorso complicato. Inizio con il dire un’evidenza. I ragazzi che vivono il sesso già nel fidanzamento si indirizzano molto più facilmente e frequentemente verso gli anticoncezionali. Il motivo è semplice. Nel fidanzamento non è previsto il concepimento di un figlio (almeno di solito). Quindi chi vuole vivere l’amplesso fin da subito non può che scegliere di usare gli anticoncezionali. Scelta che poi si porterà dietro anche nell’eventuale matrimonio. Per chi, invece, decide di vivere la castità la strada verso i metodi naturali è più agevole e spesso quasi automatica.
Perchè c’è una grande differenza tra queste due scelte?
L’anticoncezionale interviene impedendo o rendendo sterile l’incontro tra il gamete maschile e quello femminile. Crea una divisione arbitraria e artificiale tra l’atto fisico e la sua capacità generativa. Illude di poter mantenere la forza unitiva dell’atto cancellandone la capacità generativa. Un’illusione per l’appunto. Quando voglio modificare e menomare (seppur temporaneamente) il corpo dell’altra/o per assoggettarlo al mio desiderio di ricercare l’amplesso e il piacere fisico non sto cercando una vera unione ed unità con l’amata/o. Sto rispondendo soltanto al mio egoismo e alle pulsioni erotiche. Posso mascherare il tutto di romanticismo di tenerume (non tenerezza perchè la tenerezza presuppone un’autenticità dell’amore) e posso chiamarlo amore. Ma sono tutte balle. Dietro c’è il mio egoismo. C’è l’uso dell’altro. Non ci può essere vera unità se non si accoglie completamente il corpo dell’altro e non ci si dona completamente all’altro. Per questo la Chiesa non può disgiungere la valenza unitiva da quella generativa. L’anticoncezionale piega il noi della coppia all’io dell’individuo. L’anticoncezionale forma con il tempo una mentalità sempre più egoistica e proietta la persona a concentrarsi su di sè e a valutare il rapporto dal grado di soddisfazione personale. Spesso chiude il cuore all’apertura alla vita. Quante ne ho sentite di persone che non sono più capaci di aprirsi alla vita per questa mentalità. Partiti bene, ma poi con il tempo, come in un piano inclinato sempre meno capaci di vivere una relazione autentica.
Il metodo naturale è completamente diverso. Imparare un metodo naturale significa innanzitutto crescita personale per la donna. Significa conoscere il suo corpo ed essere per questo consapevole e in grado di governarlo. Dio ci ha reso padroni del creato. Anche del nostro corpo. Ci chiede di governarlo rispettando la sua natura. Per farlo si deve, però, conoscere. La fertilità femminile non è più vista come un problema da risolvere, ma come un meraviglioso talento da governare. Solo così, conoscendo, accettando e governando la sua fertilità, la donna si potrà donare completamente, e senza sentirsi usata per questo, al suo sposo. Il suo sposo potrà sperimentare un’unione che in nessun altro modo potrà ritrovare. Il metodo naturale aiuta gli sposi, l’uomo in particolare, a mettere il bene dell’altro prima del suo. Lo educa al sacrificio e alla rinuncia per un bene più grande. Il metodo naturale è una scuola che educa al dono di sè e aiuta a combattere l’egoismo. Molto più semplice mettere un preservativo e avere rapporti quando lo si desidera piuttosto che avere la forza e l’amore di ritardarlo di alcuni giorni perchè in quel momento non si può accogliere la donna in tutta la sua femminilità e quindi anche nella sua fecondità. Una situazione che sembra frustrante a volte. E’ vero. Lo dico per esperienza personale. E’ capitato diverse volte di essere pronto a vivere un bel momento di incontro con la mia sposa e all’ultimo avere una doccia fredda perchè il muco filante e trasparente che mi mostrava indicava un probabile periodo fertile. Difficile accettarlo all’inizio, ma poi anche questi momenti diventano occasioni per amare. Per imparare ad amare e per smettere di usare l’altra persona. Con il tempo posso dire che questa scuola mi ha educato davvero ed ora sono molto più attento alla mia sposa. Gli anticoncezionali dividono mentre questa modalità unisce tantissimo. La qualità differente di un amore così si percepisce con il tempo. Oggi, dopo sedici anni di matrimonio, l’incontro intimo con la mia sposa è ogni volta più bello. Questo non sarebbe mai stato possibile, ne sono sicuro, se avessimo scelto un’altra modalità di vivere questo momento.
Ne parlo ai fidanzati perchè questi metodi vanno imparati e scelti prima del matrimonio. La donna deve imparare prima del matrimonio a governare il suo corpo in modo da poterlo fare al meglio quando, nel matrimonio, vivrà l’abbraccio dell’amplesso.
E’ importante che anche il fidanzato impari insieme alla sua amata, in modo che la scelta sia condivisa, e che quando si dovrà rinunciare all’incontro lui non sarà la parte che subisce passivamente, ma parte attiva nella scelta. Solo così le cose potranno andare bene. Solo così non si vivrà in modo frustrante ma costruttivo. Solo così l’astinenza temporanea diventerà occasione di unità e di ricercare in altri modi la tenerezza per prepararsi con ancor più desiderio all’incontro intimo solo rimandato di qualche giorno.
Fratelli, ogni sacerdote si presenta giorno per giorno a celebrare il culto e ad offrire molte volte gli stessi sacrifici che non possono mai eliminare i peccati. Egli al contrario, avendo offerto un solo sacrificio per i peccati una volta per sempre si è assiso alla destra di Dio, aspettando ormai solo che i suoi nemici vengano posti sotto i suoi piedi. Poiché con un’unica oblazione egli ha reso perfetti per sempre quelli che vengono santificati. Ora, dove c’è il perdono di queste cose, non c’è più bisogno di offerta per il peccato.
La seconda lettura di questa domenica riguarda tutte le persone. Difficilmente credo che si possa però trovare una lettura sponsale. Invece è importante farla. In questa lettera ci viene semplicemente detto che il nostro amore può essere redento. Ci viene semplicemente detto che il nostro peccato può essere sconfitto anche nella nostra relazione sponsale. Ci viene semplicemente detto che attraverso il matrimonio possiamo, se lo vogliamo con tutte le nostre forze, sconfiggere il peccato originale che ci abita nel profondo, e tornare ad essere capaci di amarci e desiderarci come era nelle origini, come era nel progetto di Dio. Certo non significa che non sbaglieremo mai o che non ci feriremo mai con le nostre parole, con i nostri atteggiamenti e con le nostre mancanze. Questo è chiaramente impossibile per delle creature finite come noi. Significa, però, che ogni male che ci potremo fare nella nostra relazione, ogni deserto relazionale, ogni freddezza e divisione, ogni volta che sceglieremo di non amare e di essere egoisti, non sarà per forza la vittoria del male. Significa che possiamo prendere tutta quella miseria relazionale e darla a Lui. Lui che può fare del nostro poco offerto un’occasione di Grazia e di resurrezione. Lui può fare della nostra miseria un’offerta gradita a Dio perchè la arricchisce di se stesso. Arricchisce la nostra povertà del dono della sua vita. La vita di un uomo che è Dio. La vita di un Re. Allora si che la nostra povera offerta diventa sufficiente per pagare i nostri peccati. Lui può pagare per noi, ma serve sempre che noi siamo disposti ad offrire il nostro poco. Vuole il nostro amore imperfetto e fragile. In sostanza il sacramento del matrimonio è questo. Un amore che è la somma di due povertà, arricchite però del sacrificio misericordioso del Re. Per questo il sacramento del matrimonio non può essere lontanamente paragonato a qualsiasi altra relazione affettiva. Il nostro amore, se solo lo vogliamo, può essere elevato e perfezionato perchè è un amore redento dal sangue di Cristo. Ogni volta che tradiamo questa verità, per il nostro egoismo e la nostra incapacità di metterci tutto, stiamo vanificando quel sacrificio. Attraverso la passione e la croce Gesù ci ha offerto la ricchezza e la regalità, ci ha reso stirpe regale, e noi rifiutiamo tutto, decidiamo di continuare a vivere da mendicanti. Questo è il peccato più grande che possono commettere due sposi.
Come disse Chiara Corbella ricordando il miracolo di Cana, avvenuto guarda caso durante un matrimonio:
Il Signore non ci chiede di cambiare l’acqua in vino, ma di riempire le giare. La Chiesa propone a ciascuno la santità: vivere come figli di Dio. Ciascuno, a modo suo, risponde, passo dopo passo.
Non possiamo trasformare l’acqua in vino, la nostra difficoltà in gioia, la nostra divisione in unità, la nostra aridità in fecondità ecc. Possiamo però offrire tutto a Dio. Solo allora Gesù potrà fare il miracolo anche nella nostra vita e nel nostro matrimonio. Lo testimoniano tante storie vere di relazioni distrutte rifiorite grazie alla fede in Dio e alla convinzione della forza della Grazia del sacramento.
La seconda pillola che voglio condividere farà sorridere tanti giovani. Ormai la sessualità è esplorata in tanti modi. Fin dalla primaria i bambini e le bambine vengono edotti su questi temi con corsi scolastici curriculari ed extracurriculari. Certo con modalità diverse e adatte all’età. Se ne parla in tanti modi. Il sesso è presente, più o meno velatamente, in tutti i media e social media. Noi genitori, più delle passate generazioni, rischiamo di sottovalutare questo aspetto. I nostri figli sanno già tutto, pensiamo. E’ davvero così? Sanno tanto. Questo è vero. Spesso però non conoscono quello che è davvero importante conoscere. La prima scuola di educazione sessuale per i nostri ragazzi è la pornografia. Dobbiamo mettercelo in testa. Non è forse così per i nostri figli (per i genitori più attenti e fortunati), ma lo è per tanti loro amici. Respirano dappertutto la scuola pornografica. In realtà sono messi peggio di quanto pensino.Conoscere verità sbagliate è peggio che non conoscere affatto.E’ importante, invece, che i fidanzati capiscano che necessitano di essere rieducati. Per farvi comprendere quanto questo sia vero vi allego una paginetta del nostro libro dove la dottoressa ginecologa Luisa Scalvi ci spiega alcune nozioni basilari, ma che spesso i nostri ragazzi non conoscono. E, mi duole dirlo, anche tanti adulti non le hanno ancora imparate. Leggete e ditemi quanti parlano di queste verità. Quanti le conoscono. Non si tratta di qualcosa di secondario, ma è la base per poter vivere un incontro intimo bello per entrambi, che unisce e non svilisce.
Altro concetto fondamentale su cui fare chiarezza:uomo e donna sono diversi. Hanno tempi molto diversi per prepararsi all’amplesso. All’uomo spesso basta l’idea dell’incontro per essere pronto fisicamente. L’uomo si eccita con tatto e vista. Per la donna la natura ha previsto tempi e modi diversi. Per permettere al corpo della donna di modificarsi ed essere nella condizione ideale per la penetrazione servono dai venti ai trenta minuti. Cosa succede ai genitali della donna? In questo tempo la vagina si allunga internamente (non lo sapevate vero?) da circa 6/7 cm a circa 9/10 cm e l’utero si posiziona in maniera diversa per agevolare l’entrata del pene. Oltre ciò, durante i preliminari la vagina si lubrifica sia internamente che nella parte esterna (vulva). È diverso anche il modo di eccitarsi.L’uomo deve vedere e toccare, basta poco; la donna cerca altro, è più complessa.L’uomo così facendo, seguendo il suo desiderio, la sua modalità di cercare piacere, sta in realtà urtando la sensibilità della sua sposa. L’intimità fisica è trasformata in qualcosa di frettoloso e grossolano. In questo modo è impossibile vivere in pienezza e con gioia il rapporto.Presto o tardi l’insoddisfazione della donna porterà al deserto sessuale e alla frustrazione per entrambi.La donna vuole tenerezza, dolcezza, carezze, abbracci.Vuole percepire di essere preziosa e importante. Vuole sentirsi desiderata e amata. La pornografia mette al centro dei preliminari sempre l’uomo e i suoi genitali. Dimentichiamolo! Al centro deve esserci la sposa, con tutto il suo corpo e nel modo che piace a lei. I preliminari non sono tecniche eccitatorie per l’uomo (non sono sbagliate, ma non devono occupare tutto il tempo o quasi), ma gesti che sfamano il bisogno di tenerezza della donna; proprio perché l’uomo è già pronto fisicamente, rischia di fare una corsa perdendo di vista il bello del viaggio.I preliminari sono il tempo necessario a entrambi uomo e donna per entrare in comunione, l’uomo è già pronto fisicamente all’atto sessuale, ma ha bisogno di entrare in relazione con la donna per vivere in pienezza l’intimità, quindi non è solo attendere i tempi fisici della donna, sarebbe un’attesa sterile per il cuore.Perciò i preliminari sono indispensabili nell’intimità sessuale e sono gesti di tenerezza e dolcezza che rendono felice la persona amata. Una piccola ma importante precisazione:l’uomo si deve educare alla tenerezza. Lo deve fare per se stesso e per la sua sposa.
Luisa scrive ancora:
Tornando alla penetrazione è importante sottolineare,inoltre, che si devono rispettare le dimensioni anatomiche.Stando alla scuola pornografica, al contrario, sembrerebbe che non ci sono limiti… anzi, più il pene è lungo e grosso,più la donna sarà soddisfatta.
FALSITÀ. RIPETO: TUTTE FALSITÀ.
Cosa ho scritto nell’approfondimento dei preliminari? La vagina normalmente ha una profondità di 7 cm e quando è eccitata arriva a circa 10 cm. Cosa significa? Una cosa molto semplice da capire: il pene può entrare per quella profondità e tutta la parte in eccesso deve restare fuori.Diversamente se l’uomo segue i dettami della pornografia,cioè entra nella vagina con tutto il pene e con violenza,soprattutto quando lo ha di dimensioni superiori agli 11-12 cm, certamente impedisce ogni piacere per la donna(spesso generando in lei anche sensi di colpa e sospetti di frigidità) e non di rado le provoca dolore, nei casi peggiori,escoriazioni ed emorragie. Capite la pornografia quanti danni provoca? In pronto soccorso, a volte i ginecologi devono curare lesioni postcoitali; le stesse che si verificano in caso di stupro… Può essere un simil-stupro un gesto d’amore? Certamente no.
Ripeto chi scrive queste cose è una persona preparata, competente e abilitata a spiegare queste verità e dinamiche. Verità scientifiche prima che di fede. Perchè le leggi di Dio coincidono sempre con quelle naturali.
Cari fidanzati, se volete sposarvi e iniziare bene queste cose dovete saperle. E’ vostro dovere. Lo dovete fare per voi stessi, per la persona che amate e per Dio. Si per Dio perchè il matrimonio è anche suo, non solo vostro.
Il terzo poema del Cantico ci permette di entrare profondamente nella tenerezza nuziale, di approfondire e di imparare il linguaggio d’amore degli sposi. L’Eros è una faccia dell’amore, non è tutto l’amore. L’Eros è però importantissimo per trovare la gioia e il piacere di amare. Possiamo ora trarre alcune conclusioni. Dio ci insegna ad amare e ci insegna che l’Eros non è meno importante dell’Agape. Tutto il Cantico è un elogio all’amore erotico. L’Eros non è il fratello povero dell’Agape. Noi uomini, essendo fatti di carne oltre che di spirito, troviamo nell’Eros una manifestazione di amore vero. Certo la forza della passione amorosa, dell’attrazione per essere manifestazione di amore autentico va incanalata a trasformarsi in dono. L’Eros va arricchito dell’Agape. Comprendere se stiamo vivendo un amore autentico non è difficile. Basta porsi una domanda. Parliamo il linguaggio dell’amore? Parliamo la tenerezza? La tenerezza in fondo non è che il desiderio di rendersi accoglienti. Di voler accogliere l’altra persona nella propria vita e, nel matrimonio, in se stessi. Dio ci insegna quindi che l’attrazione fisica, per essere amore e non concupiscenza e desiderio di possesso, deve arricchirsi di tenerezza, la tenerezza diventa via maestra per farci dono anche nella carne. La tenerezza è fatta di gesti e atteggiamenti. La tenerezza è costituita di sguardi (tu mi hai rapito il cuore con un solo tuo sguardo), di baci (Mi baci con i baci della tua bocca), di abbracci (La sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mi abbraccia.), di dolcezza, di tono della voce e di parole dette (fammi sentire la tua voce), di carezze (Quanto sono soavi le tue carezze,sorella mia, sposa,quanto più deliziose del vino le tue carezze) fino ad arrivare all’abbraccio totale e totalizzante degli sposi che è l’amplesso (Venga il mio diletto nel suo giardino e ne mangi i frutti squisiti.). La tenerezza diventa un linguaggio vero e proprio che permette agli sposi di amarsi e di comunicare amore. La parola, dice Rocchetta, diventa corpo e il corpo diventa parola. Gesù ce lo ha mostrato con tutta la sua vita. Lui è Parola. Lui che si è immolato per la nostra salvezza. Così il suo corpo è diventato Parola. Noi sposi non esprimiamo con il corpo il nostro amore indissolubile e fedele? Non siamo uno nella carne per dire essere uno nei cuori?
Il linguaggio dell’amore è bellezza e pienezza, mi viene in mente leggendo questo poema il giardino dell’Eden. I due sono come proiettati in una nuova dimensione dove, amando in modo vero e tenero, riescono a superare il peccato, a perdersi in quell’abbraccio d’amore che li mette profondamente in contatto tra loro e con Dio. Il cielo è sceso sulla terra. La tenerezza rinnova l’amore, rendendolo un’esperienza sempre nuova e che non basta mai.
Questo è quello a cui ognuno di noi deve tendere, questo è ciò che Dio ci ha promesso nel matrimonio. Gesù ha redento il peccato e ci ha donato nel matrimonio l’un l’altra, perché noi potessimo tornare alle origini, superare la concupiscenza del peccato e donarci reciprocamente e, nel contempo, donare esperienza di Dio al nostro amato o alla nostra amata. Nei prossimi articoli diremo qualcosa delle più importanti manifestazioni sensibili della tenerezza sponsale.
Mi ha scritto un ragazzo chiedendomi di trattare un po’ anche le manifestazioni affettive dei fidanzati. Cosa è meglio fare? Cosa non fare?
Mi permetto di dare alcuni consigli. Consigli che non pretendo essere verità assoluta, consigli di qualcuno che ci è passato e che ha fatto i suoi errori. Consigli di chi ha ascoltato un po’ di testimonianze. Consigli di chi ha trattato questi temi in diverse circostanze e ha cercato di documentarsi. Cercherò di affrontare diverse riflessioni, senza un discorso organico e strutturato, ma sotto la forma di brevi pillole argomentative. Pillole che vi sottoporranno diversi spunti, non per forza connessi l’uno all’altro. Ecco il primo. Ci tengo ad iniziare con questo perchè spesso la sessualità non è un problema solo per chi non vive la castità nel fidanzamento, ma anche per chi crede di viverla. Attenzione a come coinvolgete il corpo. Vale per i materialisti, ma anche per gli spiritualisti. Entrambi gli atteggiamenti sono sbagliati. Ve lo dico da materialista che ha sposato una spiritualista. Rischiavamo di rovinare tutto.
Castità non significa aridità
Il fidanzamento non è un periodo di sola conoscenza caratteriale e spirituale. Il fidanzamento implica il coinvolgimento di tutta la persona. Persona fatta di anima e corpo. Il fidanzamento è una relazione provvisoria non ancora definitiva. Serve a comprendere se l’altro può essere adatto a una relazione stabile. Se c’è compatibilità di intenti e caratteri. Questo è ovvio, ma non basta. Bisogna scoprire se c’è però anche affinità e vera attrazione fisica. L’attrazione fisica è importante che ci sia. E’ bene che ci sia. E’ necessario che ci sia. Ciò non significa che l’altro deve essere una persona oggettivamente bella. Bella secondo i canoni sociali di bellezza. Deve possedere però una bellezza soggettiva. Deve apparirci bella. Altrimenti non ha senso continuare. Dobbiamo quindi conoscerla in tutta la sua persona per poter vivere un fidanzamento vero ed innamorarci davvero e profondamente. Impossibile senza le manifestazioni del corpo. L’attrazione è una forza impetuosa e per certi versi trascinante. E’ però un fuoco di paglia se non alimentata. E’ importante quindi parlare con l’altro il linguaggio dell’amore. Parlare la tenerezza. Tenerezza che si concretizza nei baci, negli abbracci, nelle carezze e in tutte le manifestazioni caste che ci possono essere. Parlare il linguaggio proprio della stato in cui i due amanti si trovano. Uno stato provvisorio che non contempla ancora il dono totale del corpo. E’ pazzesco come le nostre relazioni siano costruite sbagliate. Fin dall’inizio. Nel fidanzamento si sperimenta il sesso in tutte le sue manifestazioni e poi, nel matrimonio, non si è più capaci di desiderarlo e di viverlo. Per tanti, dopo alcuni anni, si aprono le porte del deserto sessuale. Cosa succede? Semplice. Si è capaci di parlare un linguaggio solo. Quello dell’amplesso e dell’incontro intimo. Non si è usato questo periodo di conoscenza per perfezionare tutti gli altri linguaggi. Anche quando ci sono, baci, carezze, abbracci e attenzioni sono finalizzati a concludersi nell’amplesso. Nel matrimonio non c’è tutto il tempo, la voglia e il desiderio per queste manifestazioni di amore tenero e concreto. C’è tanto altro a cui pensare e che ci occupa il tempo. Nel fidanzamento invece, almeno di solito, c’è molto più tempo. Nel matrimonio serve impegnarsi. Serve parlare il linguaggio della tenerezza anche quando per tanti motivi non è possibile arrivare all’amplesso. Figli, gravidanze, metodi naturali, mancanza di tempo e di forze, rendono l’incontro intimo non più così semplice da cercare e desiderare. Qui bisogna attingere a quanto imparato nel fidanzamento. Solo se nel fidanzamento ci si è educati a parlare diversi linguaggi d’amore, trovando gratificazione e piacere in quelle stesse manifestazioni, senza quindi renderle finalizzate e usate al solo fine di raggiungere il piacere sessuale, si potrà affrontare con i giusti strumenti il matrimonio. Solo così i momenti di astinenza non saranno momenti di aridità e di distanza tra gli sposi, ma saranno periodi di corteggiamento e di tenerezza. Periodi altrettanto dolci e belli e, cosa più importante, fecondi. Utili a mantenere e ad alimentare la fiamma del desiderio. E’ fondamentale educarsi a questo modo di vivere l’amore. Se non si impara poi è difficile. Quando verrà per tanti motivi a mancare l’incontro sessuale si perderà il desiderio di vivere altre modalità e tutto diventerà povero e senza gioia. Un circolo vizioso che porterà sempre più in basso fino alla completa distanza emotiva, affettiva e sessuale tra gli sposi. Capite l’importanza di imparare la tenerezza nel fidanzamento. Non è una richiesta assurda, ma una base necessaria sulla quale costruire tutta la casa del nostro matrimonio. Se volete un matrimonio santo imparate a vivere questi gesti come parte meravigliosa del vostro rapporto. A volte condurranno all’amplesso e altre volte no. Saranno comunque momenti di meravigliosa e feconda unità. Lo saranno però solo se avrete imparato a viverli in modo autentico. Il fidanzamento è la prima scuola per educarsi a questo atteggiamento importantissimo.
Concludo con la poesia di Alda Merini Abbiamo fame di tenerezza che mi piace tanto e che trovo profondamente vera.
Abbiamo fame di tenerezza,
in un mondo dove tutto abbonda
siamo poveri di questo sentimento
che è come una carezza
per il nostro cuore
abbiamo bisogno di questi piccoli gesti
che ci fanno stare bene,
la tenerezza
è un amore disinteressato e generoso,
che non chiede nient’altro
che essere compreso e apprezzato.
… E’ possibile secondo voi avere un carattere tendente alla puntigliosità, e nello stesso tempo poter essere amorevoli e comprensivi?
Si, secondo me si, allenandosi a usare la propria puntigliosità per amore e non per rivendicare, pretendere, rimproverare o punire.
Penso che un pochino tutti, compresa me, abbiamo in noi una tendenza alla puntigliosità, anche se in modi diversi, per esempio quando ci teniamo che qualcosa sia fatta bene, o che qualcuno si comporti in un preciso modo, o se ci sentiamo ingiustamente trattati o trascurati, ecco che la puntigliosità fa capolino dalla parte del nostro cuore dove, birichina, si era nascosta per un po’.
Succede anche a voi di impuntarvi su dettagli o errori degli altri che proprio non sopportate, e di insistere perché quei difetti, sbagli, o dettagli non precisi come vorremmo e come ci sembra giusto siano cambiati e il prima possibile? E di sottolineare tutto ciò che non va bene, con acredine (che a noi sembra solo preoccupazione di evidenziare un imperfezione, ma in realtà diventa acredine e durezza, rimprovero, disistima di qualcuno)?a me a volte succede, ahimè.
Nel caso di un lavoro da fare bene, o di qualcosa da curare bene, secondo me è giustissimo chiedere di fare bene qualcosa, e aiutare, correggere, ma con amore ed empatia,senza screditare la persona che non fa bene qualcosa.
A volte o spesso senza accorgerci, quando evidenziamo uno sbaglio o difetto o problema o lentezza di qualcuno, a noi sembra di dire no a quell’errore e imperfezione, ma in realtà ci esprimiamo e pensiamo in un modo che diciamo NO alla persona intera, al suo modo di essere, a ciò in cui è diversa da noi anche come modalità di fare qualcosa.
C’è in fatti un modo di usare la puntigliosità, il voler puntualizzare, che fa male a noi stessi e agli altri: quella tendenza e voglia di impuntarsi su dispiaceri ricevuti, su distrazioni degli altri nei nostri confronti, quella voglia di evidenziare, di un problema, solo ciò che non va e ostinarsi a non cercare possibili soluzioni o modi di guardare il problema che aiutino gli altri ad affrontarlo in un modo diverso, più costruttivo. Quell’insistere sui dettagli sbagliati per avere l’ultima parola e sentirsi “vincenti” sull’altro, quel far pesare all’altro o agli altri con parole e atteggiamenti che in quel giorno a quell’ora ha sbagliato, quel rendere ogni difetto, limite, lentezza ed egocentrismo dell’altro una “occasione” per rimproverarlo duramente, per sottolineare quanto l’altro sia “sbagliato” e come fa male le cose;
ognuno di noi può ripensare se vuole a tanti esempi e situazioni in cui fa così, o quando gli altri fanno così nei suoi confronti.
E a quel punto, quella puntigliosità che è anche secondo me l’altra faccia della medaglia di una capacità, e cioè la capacità di cogliere i dettagli, di sapersi soffermare su sfumature, particolari, e saperne parlare e saperli evidenziare, diventa un mezzo per ferire gli altri e se stessi, una occasione di autoinganno in cui arriviamo a credere che più puntualizzeremo agli altri il male che fanno, più soppeseremo ogni loro parola, gesto e intenzione, più usiamo qualche dettaglio dell’altro o delle sue scelte e azioni per incolparlo e rendere evidente che “cattivo” che è con dimostrazioni secondo noi solide e assolute, più crederemo, autoingannandoci, di essere vincenti, più forti e bravi, più attenti a cogliere ogni dettaglio per difenderci e non farci ferire e umiliare, e più coltiveremo senza accorgercene in noi tanto astio, amarezza, e un modo di guardare gli altri e noi stessi sempre più buio, amaro, duro.
A volte forse si è pure tentati di credere che l’ “unico” modo per far capire qualcosa a qualcuno, (in particolare quanto ha sbagliato o sta sbagliando o quanto ci fa dispiacere e ci fa soffrire, per “scrollarlo” e farlo smuovere, convincerlo che deve cambiare, sia proprio questo insistere su dettagli soprattutto dei suoi errori, convinti che l’altro solo così capirà soffrendo quanto male ci sta facendo e quanto è cattivo.
Ma se qualcuno, per stimolarci a cambiare o a capire qualcosa, usasse questo metodo con noi, come ci sentiremmo? Se qualcuno volesse farci notare nostri errori non con amore ed empatia, ma con atteggiamento di colui che sa dove sbagliamo, con atteggiamento di rifiuto di noi come persona, con atteggiamento di colui che sa con esattezza cosa significano i dettagli dei nostri comportamenti e intenzioni, e se per aiutarci sottolineasse solo ciò che ancora non vogliamo o riusciamo a fare, ciò che non va, e non ci parlasse mai anche dei nostri punti di forza, delle nostre possibilità e capacità noi ci sentiremmo capiti, aiutati, incoraggiati a cambiare? Penso di no.
E se qualcuno ci rinfacciasse con giudizio un nostro errore (dicendoci che lo fa per il nostro bene, per farci capire quanto male abbiamo fatto ecc.) facendoci pesare ogni dettaglio ogni parola, ogni cosa che non abbiamo fatto, addirittura ogni nostro piangere o soffrire, e ci rimproverasse perché non si deve piangere, ma solo essere forti, come ci sentiremmo? Capiti? Amati? Considerati? aiutati?
I dettagli sono sicuramente importanti, a volte possono essere un piccolo strumento per far intuire situazioni e difficoltà più grandi, ma quello che secondo me fa la differenza tra una puntigliosità usata per fare del male all’altro (convinti spesso che invece lo stiamo solo stimolando, aiutando, mentre in realtà lo stiamo punendo o ci stiamo vendicando)e una puntigliosità che si prende cura dei dettagli per aiutare davvero, è l’amore.
E’ la nostra volontà o non volontà di amare che fa arrivare un messaggio diverso all’altro, è solo amando come ci chiede Dio, con il suo tipo di amore e criterio che possiamo davvero aiutare l’altro ad accorgersi dei suoi errori, a soffermarsi su dettagli che non vedeva e non coglieva, (perché spesso gli altri non notano i dettagli loro o i dettagli di come soffriamo o come ci feriscono anche perché a volte per loro paure o sofferenze decidono senza rendersene conto di diventare ciechi ad alcuni dettagli importanti).
Immaginate quanto sia più bello, rasserenante ed efficace cogliere tanti dettagli particolari (di una frase, di una atteggiamento, di un tono, di un comportamento, di uno sbaglio o di una buona azione, ecc.) e … prendersene cura, guardarli per aiutare l’altro a liberarsi , ad amare, a correggersi, ma sempre entrando prima in empatia con lui, guardando le difficoltà anche dal suo punto di vista, evidenziare si gli sbagli(ma per aiutarlo davvero) ma anche le sue possibilità, risorse, capacità …. e allora la propria puntigliosità può diventare un dono per se stessi e per gli altri, per cogliere dettagli e usarli per amare di più . NO a ciò che non va, ma SI alla persona che fa ciò che non va bene …..
Francesca Bisogno
Potete leggere questo e altri articoli sul suo blog Alba stellata
[12]Giardino chiuso tu sei,
sorella mia, sposa,
giardino chiuso, fontana sigillata. [13]I tuoi germogli sono un giardino di melagrane,
con i frutti più squisiti,
alberi di cipro con nardo, [14]nardo e zafferano, cannella e cinnamòmo
con ogni specie d’alberi da incenso;
mirra e aloe
con tutti i migliori aromi. [15]Fontana che irrora i giardini,
pozzo d’acque vive
e ruscelli sgorganti dal Libano.
LA SPOSA
[16]Lèvati, aquilone, e tu, austro, vieni,
soffia nel mio giardino
si effondano i suoi aromi.
Venga il mio diletto nel suo giardino
e ne mangi i frutti squisiti.
LO SPOSO
[1]Son venuto nel mio giardino, sorella mia, sposa,
e raccolgo la mia mirra e il mio balsamo;
mangio il mio favo e il mio miele,
bevo il mio vino e il mio latte.
Mangiate, amici, bevete;
inebriatevi, o cari.
Il Cantico si fa sempre più audace e non ci si limita più agli sguardi, ma è imminente la gioia dell’incontro sessuale con l’amata. Ormai i due sposi si sono preparati al meglio per questo momento e tutto il desiderio, che è cresciuto sempre più alimentato dallo sguardo dei due, sta per avere il suo soddisfacimento e il suo culmine nell’abbraccio intimo dell’amplesso. Lo dico ora per non generare incomprensioni. Questo testo è tutto approfondito da un punto di vista maschile, dalla parte del re. Naturalmente quello che scrivo vale per entrambi. Se siete donne potete leggere il testo come regine. Non cambia nulla.
E’ bellissimo il simbolismo che il Cantico propone. Giardino chiuso e fontana sigillata. Il giardino è l’amata stessa, amata che si identifica con la relazione. La loro relazione è pura e bellissima perchè loro hanno un cuore pure e aperto al dono. Giardino chiuso perché non è per tutti. E’ solo per il re. Un re che non conquista, ma che è conquistato dall’amore e per questo è capace di entrare in quel giardino con tutto il rispetto e la sacralità che quel dono ricevuto merita. Sarà aperto solo da un re che ne ha la chiave. La chiave non si può ottenere se non con un amore autentico che presuppone, per essere tale, la promessa del per sempre. Un amore che costa, impegnativo, ma un giardino dove il re potrà sperimentare la gioia piena, la contemplazione del corpo, l’abbandono totale nelle sensazioni totalizzanti dell’amplesso fisico. Vivere l’amore in questo modo rende il re pazzo di gioia. Non perchè vuole possedere la sposa ma, al contrario, vuole darsi totalmente a lei. Provate a chiudere gli occhi e a immergervi in questo momento di meravigliosa pienezza. Non esistono che loro e, se guardate bene, non vedrete qualcosa di volgare e banale ma, al contrario, vedrete il trionfo della bellezza, la bellezza che oltrepassa il corpo e si compie nel cuore dei due sposi. Ciò che avviene nel corpo è segno di ciò che l’anima vive e trasmette in quell’unione casta d’amore.
Pensate che bello vivere la propria sessualità in questo modo. Questo è l’elogio della castità: la donna e l’uomo si preparano a quell’incontro e difendono la purezza di quel giardino, preparato per un solo uomo e per nessun altro (saper aspettare la sposa vale naturalmente anche per l’uomo). Che bello arrivare all’amplesso fisico solo dopo che ci si è promessi per la vita e si è entrati in possesso di quella chiave che dà accesso al giardino! Che bello non entrare come ladro che ruba ciò che è destinato ad altri, ma come re. Che bello poter entrare al culmine del desiderio dopo che ci si è preparati con sguardi e gesti d’amore e di dolcezza! Solo così la donna non sentirà violentato il suo giardino, ma curato e desiderato. Questa è la via casta che permetterà all’uomo di non perdere mai la chiave di quel giardino che tanto ama e che quindi gli permetterà di non violare ma amare la propria sposa. Nei prossimi capitoli di questo percorso andrò ad approfondire come prendersi cura di quel giardino. Andremo ad approfondire i diversi gesti di tenerezza e di amore che gli sposi possono e devono scambiarsi per non far seccare il giardino della loro relazione.
Oggi ripropongo un mio vecchio articolo. Un articolo secondo me importante.
Voglio condividere un testo dello scrittore francese contemporaneo Frédéric Beigbeder, tratto dal suo libro “L’amore dura tre anni”. Racconta in modo chiaro e drammatico quella che è la dinamica che tante coppie assumono e subiscono nella loro relazione, che le porta inesorabilmente al fallimento. L’ho voluta condividere perchè trasmette tutta la tristezza e la solitudine che tanti sposi devono affrontare semplicemente perchè non centrano il vero scopo del matrimonio che non è dare valore legalistico e assoluto ai sentimenti, per ottenerne un riconoscimento anche pubblico, ma al contrario dare ai sentimenti un limite, oltre il quale non si possono assecondare, per non cadere nel baratro del fallimento, della precarietà e della irresponsabilità.
Frédéric Beigbeder scrive:
La nostra generazione è troppo superficiale per il matrimonio. Ci si sposa come si va al McDonald’s. Poi, si fa zapping. Come vorreste che si restasse tutta la vita con la stessa persona nella società dello zapping generalizzato? In tempi in cui le star, gli uomini politici, le arti, i sessi, le religioni sono più intercambiabili che mai, perché il sentimento amoroso dovrebbe fare eccezione alla schizofrenia generale?
E poi prima di tutto da dove ci viene questa strana ossessione di ingegnarci ad ogni costo per essere felici con una sola persona?
Su 558 tipi di società umane solo il 24% è monogama, la maggior parte della specie animale è poligama.
Il matrimonio è caviale a ogni pasto: un’indigestione di ciò che adorate, fino alla nausea. “Su, prendetene ancora un po’… Come? Non ne potete più? Ma se lo trovavate delizioso poco fa, che vi succede, si può sapere?”. La potenza dell’amore, il suo incredibile potere, doveva terrorizzare la società occidentale a tal punto da farle creare questo sistema mirato a disgustarvi di ciò che amate.
Un ricercatore americano ha recentemente dimostrato che l’infedeltà è biologica. L’infedeltà secondo questo celebre scienziato è una strategia genetica atta a favorire la sopravvivenza della specie.
Immaginatevi la scena. “Amore, non ti ho tradito per un mio piacere personale, l’ho fatto per la sopravvivenza della specie. Tu puoi anche fregartene ma qualcuno deve pur farsi carico di questa sopravvivenza della specie, se credi che io mi diverta..”
Non sono mai soddisfatto, quando una ragazza mi piace voglio innamorarmene, quando ne sono innamorato voglio baciarla, quando l’ho baciata voglio andarci a letto e quando ci sono andato a letto voglio vivere con lei in un appartamento ammobiliato, quando vivo con lei in un appartamento ammobiliato voglio sposarla, quando l’ho sposata incontro un’altra ragazza che mi piace.
L’uomo è un animale insoddisfatto, esitante tra diverse frustrazioni, se le donne volessero giocare d’astuzia li negherebbero per farsi correre dietro tutta la vita. L’unica domanda in amore è: A partire da quando si comincia a mentire? Siete sempre così felici di rientrare a casa e trovare la stessa persona che vi aspetta? Quando dite ti amo lo pensate sempre? Ci sarà per forza è fatale un momento in cui per voi sarà uno sforzo, in cui i vostri ti amo non avranno più lo stesso sapore. Per me lo scatto è stata la rasatura, mi rasavo tutte le sere per non pungere Annie baciandola di notte e poi una sera lei dormiva già, ero uscito senza di lei fino all’alba, tipico genere di comportamento ignobile che ci si permette con la scusa del matrimonio, non mi sono rasato, pensavo che non fosse grave perché lei non se ne sarebbe accorta, invece significava semplicemente che non l’amavo più.
Leggendo questa breve ma molto interessante riflessione, mi è tornata in mente una ricerca di qualche tempo fa dove Gleeden.com, il sito leader degli incontri extraconiugali, ha condotto uno studio insieme all’istituto IPSOS su un campione di 803 italiani di età compresa tra i 18 e i 65 anni per meglio capire il loro comportamento e fedeltà nella loro relazione affettiva (non esclusivamente matrimoniale). I risultati sono sorprendenti (almeno per me). Il 15% degli italiani tradisce entro i primi mesi della relazione. Al primo anno sono già il 20% fino ad arrivare a uno su tre entro il quinto anno. Altro dato interessante è la differenza di comportamento tra uomo e donna. L’uomo parte più fedele della donna, almeno per i primi tempi, per poi raggiungere e superare la donna nei primi anni di matrimonio. La donna è meno fedele all’inizio per poi, una volta consolidato il rapporto raggiungere una maggior fedeltà dell’uomo, fino a quando dopo circa cinque anni, torna a tradire.
Perchè tutti questi tradimenti? Perchè non si riesce a trovare gioia e anche piacere sessuale all’interno della coppia? Non voglio parlare di sacramento ma semplicemente di relazione affettiva umana. Semplicemente non si è capaci di amare. I ragazzi di oggi conoscono tutto e molto precocemente sul sesso, e ne fanno esperienza. Ma sono esperienze felici e soddisfacenti? Spesso no. Dove imparano i ragazzi quello che sanno sul sesso e sulla relazione affettiva? Imparano dagli amici e soprattutto dalla pornografia, sempre più fruibile in modo anonimo e semplice, dove si beve un modo completamente sbagliato di vivere queste esperienze. L’uomo non impara a vivere quel gesto con la giusta profondità e senza conoscere le giuste dinamiche che guidano il cuore femminile e che caratterizzano il corpo femminile. L’uomo, istruito dalla pornografia non è capace di trasmettere amore ma fa spesso sentire la donna usata e alla fine anche insoddisfatta. La coppia, così facendo, pian piano corrompe la propria intesa affettiva e sessuale. Trasponendo questa modalità e stile di relazione sessuale nella famiglia, dove ci si ritrova a vivere le fatiche di un’ordinarietà fatta di lavoro, impegno e presto anche figli, è in agguato il deserto sessuale. La donna non sentendosi corteggiata ma usata si nega sempre più spesso e l’uomo vive con frustrazione e disagio questa situazione non comprendendone il motivo. Deserto affettivo e sessuale, d’improvviso i sentimenti spariscono e rimane la gabbia di una situazione che non piace più, che anzi spesso diventa un inferno, pieno di ferite date e ricevute e di sofferenze latenti che avvelenano il rapporto. Da questa situazione al ricercare fuori dalla coppia quello che si è perso, il passo è breve. Noi genitori, se abbiamo capito tutto questo e cerchiamo tra di noi di vivere la sessualità all’interno di un corteggiamento continuo, fatto di attenzioni e tenerezze, se abbiamo compreso come mantenere sempre viva la nostra relazione sessuale, e se riteniamo fondamentale la felicità dei nostri figli, insegniamo loro cosa significa amare, cosa significa nutrire un rapporto, cosa significa l’amplesso fisico (naturalmente tutto in proporzione all’età del bambino). Non lasciamo questo importante fattore della formazione della persona umana, alla scuola pornografica. Non lasciamo che ci venga scippata l’occasione di insegnare qualcosa di bello ai nostri figli. Solo se recuperiamo la bellezza della sessualità umana, fatta di rispetto, di tenerezza, di dialogo, di conoscenza del proprio corpo e di quello del coniuge, possiamo salvare i matrimoni. E’ inutile parlare di sacramento se lo stesso non si fonda sull’amore umano degli sposi. La Grazia del matrimonio non è una magia, ma è una realtà soprannaturale che trascende l’amore degli sposi che va vissuto in modo autentico e pieno.
E sedutosi di fronte al tesoro, osservava come la folla gettava monete nel tesoro. E tanti ricchi ne gettavano molte. Ma venuta una povera vedova vi gettò due spiccioli, cioè un quattrino. Allora, chiamati a sé i discepoli, disse loro: «In verità vi dico: questa vedova ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Poiché tutti hanno dato del loro superfluo, essa invece, nella sua povertà, vi ha messo tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere».
A volte ci sentiamo poveri. Esattamente come quella vedova. Abbiamo relazioni difficili in famiglia. Litighiamo con i figli, ci sono incomprensioni. A volte c’è il peccato e la divisione nella nostra famiglia. Non sembra una casa abitata dal Signore. Ci sentiamo in affanno, sempre inadeguati. Le cadute ci sono e spesso non riusciamo ad essere accoglienti e disponibili verso la nostra sposa (sposo). In quei momenti magari invidiamo un po’ altre coppie che sembrano essere molto meglio di noi. Che sembrano aver costruito qualcosa di molto più solido e bello di noi. Sembrano poter offrire molto più di quello che possiamo fare noi. Eppure qui il Signore ci dona una parola di speranza e di amore. Ci sta dicendo di non temere. Ci sta dicendo di offrire quel poco che abbiamo. Lui lo sa quanto ci costa farlo alcune volte. Lui sa quanto ci costa andare da Lui. Per questo non giudicherà misera la nostra offerta, ma non potrà che avere uno sguardo di misericordia e compiacimento per noi. Ciò che spaventa Dio non è la nostra miseria. Ciò che lo spaventa è il nostro rifiuto. E’ la nostra incapacità di affidarci e di affidarli quel poco che abbiamo. Perchè solo facendo sua la nostra imperfezione può farne una meravigliosa storia di amore e di resurrezione. Non ci chiede di dare più di quello che possiamo. Ricordiamocelo.
Questo Vangelo ci insegna anche qualcos’altro. Quando nella mia giornata ho dato tutto e mi restano in mano due spiccioli cosa faccio? Me li tengo oppure li offro. Quando torno a casa stanco e mio figlio mi chiede di fare le divisioni con lui cosa faccio? Lo aiuto o lo mando dalla mamma lavandomene le mani? Quando, dopo cena, non ho voglia che di sedermi al computer e la mia sposa mi comincia a spiegare per l’ennesima volta i problemi con i suoi alunni cosa faccio? La ascolto o taglio corto? Tanto sono sempre le stesse cose. Potrei proseguire con tanti altri esempi. La famiglia è così. Per questo è difficile. Ti rende reali e concreti gli insegnamenti evangelici. Lì, devi dare quegli ultimi due spiccioli oppure non va bene, non stai vivendo pienamente la verità della vocazione che hai scelto. Sono cose importanti. Chi non sa donarsi totalmente non riuscirà mai a vivere la bellezza del matrimonio fino in fondo. Il matrimonio è certamente Grazia, ma c’è dentro anche tanta fatica e volontà da parte nostra. Ricordiamocelo. Se fosse solo Grazia non si spiegherebbero i tanti fallimenti e separazioni. Ogni volta che siamo poveri, senza più forze, lucidità e tempo e non ci restano in mano che due miseri spiccioli. Ogni volta che riusciamo a dare anche quelli, beh Gesù è soddisfatto di noi. Questo è certo. Perché così stiamo imparando ad amare veramente.
Quanti di noi hanno paura? Paura di tante cose. Paura di non trovare la felicità. Paura di perderla quando credi di averla trovata. La paura è la più grande malattia del nostro tempo. Cerchiamo di esorcizzarla, di nasconderla, di cancellarla, di mascherarla. Abbiamo così tanta paura perchè non crediamo più in Dio. Non ci crediamo fino in fondo. Non crediamo che sia così innamorato di ognuno di noi. Non crediamo che ci abbia voluto, desiderato, plasmato. Non crediamo a quello che dice il Salmo:
Sei tu che hai creato le mie viscere e mi hai tessuto nel seno di mia madre. 14 Ti lodo, perché mi hai fatto come un prodigio; sono stupende le tue opere, tu mi conosci fino in fondo.
Non crediamo che abbia preparato per noi qualcosa di meraviglioso e di eterno. Per tanti è così. Per quasi tutti è così. Almeno per noi cristiani d’occidente. Come ebbe a dire il cardinal Biffi con una battuta illuminante: siamo sazi e disperati. E allora? Allora viviamo alla giornata. Viviamo per nutrirci di ogni sensazione forte. Ci nutriamo di ciò che prendiamo. Sappiamo solo prendere. Prendiamo il corpo di una donna come l’ultimo modello di smartphone. Usiamo la vita delle persone con la stessa disinvoltura di un oggetto che ci appartiene. Tutto è centrato su di noi e su quel vuoto che non si riempie mai. Il vuoto della paura di vivere e della pesantezza di una vita così, senza senso e senza speranza di infinito. Non ci doniamo mai completamente perchè possediamo così poco che non vogliamo perderlo. Così anche quando diamo qualcosa di noi non è mai gratuito. Vogliamo qualcosa in cambio. Qualcosa, possibilmente, di più grande. Qualcosa che ci porti un guadagno. Qualcosa che ci illude di poterci arricchire. Così anche quando ci doniamo in realtà stiamo prendendo. Così è nelle relazioni affettive. Anche in tanti matrimoni sacramento. Quella relazione vale finchè c’è qualcosa da prendere. Vale finchè, come in una partita doppia, l’avere è maggiore del dare. Finché c’è un utile. Così tante relazioni affettive d’amore diventano un mero contratto commerciale. Perchè di commercio si tratta. Commercio di sentimenti e di bisogni. Questa è la povertà delle nostre relazioni, dei nostri matrimoni. Finchè c’è un equilibrio tra quanto diamo e riceviamo la relazione regge. Quando l’equilibrio salta e una delle due parti non trova più utile proseguire tutto salta.
C’è un film che esprime splendidamente questo modo di vivere le relazioni. Si tratta di God’s not dead. Lei è una blogger di successo. Ha una vita piacevole e gratificante. Ha anche un fidanzato con cui vive un rapporto che sembra invidiabile. Scopre di essere malata di cancro. Questo dialogo è tratto dalla scena in cui lei informa lui della malattia appena scoperta e lui l’ha appena lasciata per questo.
Lei: Come puoi dirmi una cosa simile? Credevo che mi amassi.
Lui: Si, infatti. Ma tu stai rompendo il nostro patto. Cambiando gli accordi.
Lei: Così lo fai sembrare un contratto commerciale.
Lui: Cosa credevi che fosse?
Lei: Io credevo che fosse amore.
Lui: Beh cresci. Amore è la parola più usata e abusata dagli esseri umani, questa è la verità. E’ quello che diciamo quando vogliamo qualcosa, ci serve qualcosa e tu ne sei colpevole come chiunque altro. Ci siamo divertiti. Tu eri la mia giovane e sexi ragazza con un lavoro elegante, io ero il tuo ragazzo in carriera affascinante e di successo. Stavamo insieme perchè ognuno di noi aveva quello che voleva da questa relazione, e questo andava bene. In effetti è stato fantastico, ma adesso è finita.
Lei: Come ho fatto a non vedere questo in te?
Lui: Perchè hai visto quello che volevi vedere
Lei: Lo capisci che potrei anche morire?
Lui (mentre si alza e se ne va): Ah, mi dispiace per questo.
Per tanti, ma non per tutti, è così. Poi, come in un miracolo, incontri una persona diversa. Una persona che è capace di amarti senza fare paragoni, senza badare se dà più di quello che prende. Che ti ama così per quello che sei. Quando fai esperienza di questo amore autentico si accende la luce. Finalmente trovi la forza di credere perchè scopri che Dio esiste attraverso quell’amore gratuito che sa di infinito concretizzato e realizzato attraverso una creatura finita. Allora quella creatura ti sembra la più bella di tutte. Perchè l’amore parte dal cuore, ma si irradia nel corpo . Il suo corpo è trasfigurato dall’amore. L’amore che è Dio. Dio che è bellezza assoluta. E’ come avere uno sguardo photoshoppato. Così ebbe a definirlo, in modo molto chiaro e decisamente azzeccato, Papa Francesco. Riesci a fare esperienza di Dio attraverso quella creatura pur sapendo che non è lei il tuo dio. Questo è il matrimonio. Questo è il frutto di una mia riflessione, solitaria, davanti al Santissimo. Una riflessione che mi ha fatto sentire inadeguato, fragile, insicuro, pieno di difetti. Tutto questo e tanto altro. Proprio per tutto questo mi ha fatto sentire profondamente amato dalla mia sposa e, cosa ancor più bella, da Dio attraverso di lei.
Si avvicinava intanto la Pasqua dei Giudei e Gesù salì a Gerusalemme. Trovò nel tempio gente che vendeva buoi, pecore e colombe, e i cambiavalute seduti al banco. Fatta allora una sferza di cordicelle, scacciò tutti fuori del tempio con le pecore e i buoi; gettò a terra il denaro dei cambiavalute e ne rovesciò i banchi, e ai venditori di colombe disse: «Portate via queste cose e non fate della casa del Padre mio un luogo di mercato». I discepoli si ricordarono che sta scritto: Lo zelo per la tua casa mi divora. Allora i Giudei presero la parola e gli dissero: «Quale segno ci mostri per fare queste cose?». Rispose loro Gesù: «Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere». Gli dissero allora i Giudei: «Questo tempio è stato costruito in quarantasei anni e tu in tre giorni lo farai risorgere?». Ma egli parlava del tempio del suo corpo. Quando poi fu risuscitato dai morti, i suoi discepoli si ricordarono che aveva detto questo, e credettero alla Scrittura e alla parola detta da Gesù.
Oggi voglio soffermarmi sul Vangelo proposto dalla liturgia. Nella nostra relazione con Dio siamo capaci di entrare nel Tempio? Siamo capaci di andare in profondità e incontrare realmente Dio? Oppure ci fermiamo fuori? Restiamo in superficie? Come i cambiavalute. C’è una grande differenza. Tutta la prospettiva cambia. Non si scappa! Essere cambiavalute significa dare un prezzo alla nostra fede. Perchè in realtà non è Cristo che ci interessa, la verità è che non vogliamo perdere quelle poche certezze e ricchezze che abbiamo. Perchè non vogliamo perdere quel poco che abbiamo. Allora Gesù diventa quasi un amuleto a cui aggrapparsi per non disperare.Vado a Messa però tu Dio mi devi dare quel lavoro. Prego però tu Dio mi devi alleggerire da questo peso. Dio ti voglio bene finchè mi servi. Finchè fai quello che io voglio. Finchè, come un amuleto, mi preservi da dolore, dalla malattia e dalla sofferenza. Questa è la mentalità che abita la vita di tanti credenti. Un dio sottomesso alla nostra volontà. Un dio di cui ci serviamo per disinnescare le paure della nostra fragile esistenza. Un Dio che non salva. Che non ci fa re, ma schiavi di quel poco che possediamo. Schiavi della paura di perdere quel poco che abbiamo che è, per la nostra natura umana, inevitabilmente provvisorio e incerto.
Non funziona così. Chi davvero ha incontrato Cristo ha un altro tipo di atteggiamento. Ha una fede autentica. Chi ha incontrato Cristo si abbandona alla Sua volontà, perchè è sicuro di essere amato. Affronta la prova, non nel risentimento verso Dio, ma nell’abbandono e nell’offerta. La sofferenza resta, Gesù non è sceso dalla croce. ma ha tutto un altro significato e valore. Queste parole che sto scrivendo mi pesano come macigni. Io stesso ho paura di perdere ciò che ho. Che sia la salute, la mia famiglia, il mio lavoro ecc. Per questo esistono persone che possono dare speranza. Anche ai poveri di fede come me. Possono dirti che anche tu ce la puoi fare, che anche io posso. Ho già scritto, in un precedente articolo, di Chiara Corbella, santa dei nostri giorni. Oggi, mi è venuta in aiuto un’altra giovane donna. Anzi due. La prima è Asia Bibi. La giovane sposa e mamma pakistana che, accusata ingiustamente di blasfemia, ha trascorso in carcere quasi 10 anni. In primo grado è’ stata condannata a morte. Nonostante questo non ha mai abbandonato la sua fede e Gesù. Le è stata promessa la liberazione immediata nel caso avesse rinnegato la sua fede. Non ha mai ceduto. Ora il processo si è concluso con la sua assoluzione. Non è però finita. Frange di fanatici musulmani chiedono la sua testa e per questo stanno manifestando in modo violento. Qui subentra la seconda giovane. Si tratta di un’altra cristiana pakistana. Il suo nome è Zarish Neno. Una giovane donna che ci sta raccontando, attraverso i social, le difficoltà dei cristiani della sua comunità in questi giorni. Ha paura, ma anche lei ha una forza per molti di noi incomprensibile. Ecco le parole molto forti che questa ragazza coraggiosa ha condiviso sui social:
Dio non ha mai promesso che sarebbe stato facile. Non ha mai detto che non avremmo mai avuto i fallimenti, la morte o il dolore. Non ha mai detto che le cose sarebbero andate sempre secondo il nostro modo, che avremmo sempre saputo dove andare, che la nostra strada sarebbe stata lastricata senza intoppi.
Ma quello che ha promesso è stato che sarebbe rimasto per sempre al nostro fianco, trasportandoci per sempre attraverso le strade difficili, sempre con le braccia tese verso di dentro. Quello che ha detto è che in ogni stagione della vita, specialmente quella più difficile, ci avrebbe portato speranza, forza e verità.
Non ci ha dato un percorso semplice. Ma ha promesso un piano perfetto, che si sta continuamente rivelando con ogni nostro passo, ogni respiro.
Dio non ha promesso una vita facile, ma ha promesso che non avremmo mai dovuto combattere da soli. Ha promesso che non sarebbe mai stato più lontano di una preghiera e che quando abbiamo accettato la morte e la risurrezione di suo figlio come redenzione e liberazione, saremmo per sempre vicini a Lui – fisicamente, spiritualmente, mentalmente, emotivamente e completamente.
Non siamo destinati ad avere vite perfette e senza dolore. Ne dovremmo avere tutte le risposte su ogni piccola cosa.
Ha detto di non perdere la nostra fiducia per un momento perché questa vita non doveva essere facile, perché allora non ci sarebbe stato lo scopo.
Ci ha creati a sua immagine: vivere, amare, trovare il nostro significato individuale, onorarlo. Per sapere che saremo sfidati, scossi ed esausti dal peso del mondo. Ma non saremo mai soli.
Quindi, non importa cosa combattiamo o affrontiamo, il Nostro Padre Celeste sarà sempre con noi.
E il suo amore incondizionato ci farà attraversare tutte le tempeste ❤
Ecco questo significa entrare nel Tempio. Significa andare oltre i cambiavalute e trovare quella ricchezza che nulla e nessuno potrà mai toglierti: l’amore misericordioso di Dio.
Se mi seguite da un po’ di tempo avrete sicuramente letto la mia serie di articoli sul Cantico dei Cantici. Oggi voglio parlarvi di un altro libro della Bibbia: Il libro di Tobia. Diverso, molto diverso, ma altrettanto interessante. Il Cantico tutto Eros e desiderio, la storia di Tobia e Sara è diversa. Attraverso questo racconto vengono affrontati vari temi tra cui la famiglia di origine, le ferite del peccato, la guarigione, la prova e la sofferenza. Tutti temi che nulla hanno a che fare con la sessualità. Poi, però, c’è un passaggio del Libro. Una volta celebrato il matrimonio, Tobia e Sara salgono nella loro stanza dove trovano il talamo nuziale. Se abbiamo letto la vicenda narrata in questo libro sappiamo come Sara abbia avuto già sette mariti, tutti morti la prima notte di nozze. Ho già scritto un precedente articolo dove racconto qualcosa di questi 7 mariti. Uccisi da Asmodeo, un demone che tormentava Sara. Asmodeo è considerato, oltre che il principe della distruzione, anche il demone della cupidigia, dell’ira e della lussuria. Ognuno di quei sette mariti, per un motivo o per l’altro, prese Sara come qualcosa di suo, la fece sua. Non la prese per amarla, ma per usarla e godere di lei. Forse non tutti essendone consapevoli. Non cambia la sostanza. Ognuno di quei sette mariti lasciò ad Asmodeo un facile compito. La relazione era quanto di più facile da rompere. Non c’era amore vero.
Tobia non è così. Tobia è diverso da tutti gli altri. Tobia porta Sara nella stanza della loro intimità perchè desidera unirsi a lei non per usarla, ma per concludere in modo autentico quell’unione siglata poco prima su un pezzo di carta. Tobia desiderava essere uno con Sara. Quello che gli dava piacere non era possedere Sara, ma unirsi a lei per essere completamente suo, fusi l’uno nell’altra. Tobia sa che il rischio di fare come gli altri c’è, nonostante le buone intenzioni. La concupiscenza e l’istinto di possedere è sempre presente in ognuno di noi. Per questo fa qualcosa di insolito. Non te l’aspetti in quel momento. Neanche in un racconto biblico. Prende la sua sposa e le chiede di recitare insieme una preghiera, una lode a Dio e una supplica per poter vivere degnamente e nella verità quel gesto tanto importante. Ne esce una preghiera meravigliosa:
Benedetto sei tu, Dio dei nostri padri, e benedetto per tutte le generazioni è il tuo nome! Ti benedicano i cieli e tutte le creature per tutti i secoli! [6]Tu hai creato Adamo e hai creato Eva sua moglie, perché gli fosse di aiuto e di sostegno. Da loro due nacque tutto il genere umano. Tu hai detto: non è cosa buona che l’uomo resti solo; facciamogli un aiuto simile a lui. [7]Ora non per lussuria io prendo questa mia parente, ma con rettitudine d’intenzione. Degnati di aver misericordia di me e di lei e di farci giungere insieme alla vecchiaia». [8]E dissero insieme: «Amen, amen!».
In questa preghiera di Tobia c’è tutto il desiderio della castità. Castità coniugale in questo caso. Che non significa non vivere l’eros. Al contrario: significa viverlo pienamente all’interno di un amore autentico. Ed è così che l’eros diviene mezzo per donarsi. L’eros si intreccia con l’agape consentendo all’incontro intimo dei due sposi di elevarsi all’incontro intimo con Dio. L’amplesso fisico ha questo significato profondo. Significato e fine. Attraverso l’unione dei cuori concretizzata nell’unione della carne, si può fare esperienza di Dio, presente in modo misterioso nel noi dei due.
Capite ora come l’amplesso fisico possa distruggere l’unione se vissuto male, ma anche saldarla in modo strettissimo. Non ci sono mezze misure. Il rapporto fisico uccide o rende florida una relazione sponsale. A voi la scelta su quale strada percorrere.
Domenica era il 4 novembre. Una data importante. Esattamente cento anni fa finiva l’inutile strage, come ebbe a definirla il pontefice del tempo Benedetto XV. Terminava la Grande Guerra. Una guerra combattuta da tanti giovani provenienti da tutta l’Italia. Parlo di ragazzi di circa vent’anni. Gente semplice. Molti contadini. Ragazzi che non sapevano nulla di geopolitica e dei giochi di potere dei governanti dei vari stati. Voglio ricordarla a modo mio. Questo è un blog che si occupa di amore e di matrimonio. Ecco, parlerò esattamente di questo. Lascerò la parola ad uno di quei giovani. Un ragazzo con la maturità dell’uomo. Uno che già sapeva cosa significa amare. Non ha avuto bisogno di corsi prematrimoniali. Un amore vero, autentico. Un amore che per lui è motivo per andare avanti. Un amore che diventa forza e speranza. Un amore che diventa più forte della morte, delle trincee. delle cannonate e della paura prima di una carica all’esercito nemico. Un amore che, come scrive il nostro giovane soldato, per poter essere più forte di quell’orrore in cui si trova, deve essere vero e grande. Deve essere fedele, costante, indissolubile. Quanti oggi saprebbero scrivere oggi le stesse parole? Quanti oggi le saprebbero solo pensare e credere?
Dervio, 4 marzo 1917
Mio unico amore,
sento il bisogno di scriverti perché aspettando la tua risposta attenderei a lungo. […] Ora dunque mi sono messo qui al tavolo per scriverti perché sento che avrei bisogno di dirti tante cose.
Ma non so spiegarmi; quando ti ho detto che ti voglio sempre tanto bene ho detto tutto. Che mai non posso distaccare il mio pensiero da te, dalla mia famiglia, che solo per essa tutto sopporto, tutto soffro, tutto spero e ho fiducia che un giorno bello, pieno di sole e di vita mi sarà dato di abbracciarti e per non distaccarmi mai più. Ieri […] andai a fare […] una bellissima passeggiata a Bellano e a Varenna […] Che bei paesi, che ville, che vigne, giardini, ulivi, fiori e sempre camminate sulle rive del lago. In quelle ore pensavo a te e mi ricordavo di quella nostra passeggiata che facemmo a Salò e Riva il giorno delle nostre nozze! Mi sembrava proprio che le onde del lago, la severità e la dolcezza insieme dei monti mi sussurrassero all’orecchio e mi ripetessero quelle parole d’amore e quei baci che tu mi prodigavi in quella passeggiata e in quel giorno sì tanto solenne per noi. Invece ero solo, ma sentivo però il mio spirito volare, attraverso lo spazio, venirti a cercare e invitarti di unirti meco a contemplare queste meraviglie della natura, poiché tutte parlavano d’amore. Ma un amore fedele, costante, indissolubile. E questo io lo sento, lo nutro per te e capisco che non viene mai meno, anzi aumenta sempre più e volge all’infinito. […]
Sento che sono ancora degno di te, del tuo amore che mi immagino sarà sempre puro, immacolato come il mio. Per cui sento che ho bisogno di una tua parola che mi rinfranchi, che mi dica che mi ami ancora, sempre, che mi aspetti, che mi farai felice.
E’ incredibile davvero come in mezzo alle tenebre il cuore dell’uomo retto non smetta di cercare il bello e il buono della vita. Non smetta di cercare l’amore perchè l’amore, alla fine, è l’unica cosa che conta.
Oggi termino la trilogia di riflessioni (cliccate qui per le precedenti 12). Come tenere viva la passione, come non permettere che la pianta del desiderio che ci porta l’uno nelle braccia dell’altro possa seccare e morire? Mancano gli ultimi due ingredienti: la tenerezza e il tempo che deve essere adeguato e ricercato.
Tenerezza
La tenerezza è descritta benissimo in Amoris Laetitia come vocazione all’amore sentito, espresso nel linguaggio delle carezze, fino a fare della relazione intima una celebrazione in atto del sacramento delle nozze. Solo la tenerezza è in grado di canalizzare le pulsioni fisiche e la stessa sensibilità affettiva in un quadro di scambio relazionale, connotato da altruismo, premura e attenzione al partner e alla sua bellezza, fino a condurre a desiderare il desiderio dell’altro
(padre Raniero Cantalamessa) .
Detto in parole più semplici la tenerezza è autentica, ed è operante, quando i due sposi sono riusciti a superare l’egoismo e sono riusciti ad aprirsi all’altro. Tenerezza è un linguaggio globale che gli sposi imparano a parlare quando desiderano sinceramente il bene dell’altro. La tenerezza è un atteggiamento che esprime il desiderio di accogliere l’altro. In un certo senso è complementare e inverso rispetto all’amabilità, che abbiamo già visto nei precedenti articoli. L’amabilità è ciò che ci consente di renderci desiderabili, esprime la nostra volontà di essere accolti dall’amata/o. La tenerezza è ciò che ci rende accoglienti verso l’altro, che le/gli fa capire che è preziosa/o ed importante e che desideriamo accoglierla/o. Molti sposi smettono di parlare questo linguaggio, credendo che sia roba da ragazzini. Non è così. La tenerezza è il linguaggio principale dell’amore. Chi non sa essere tenero non sa amare, o meglio, non è capace di manifestare e trasmettere il suo amore. Gesù era profondamente tenero. Il Vangelo è molto chiaro su questo. Altri uomini confondono la tenerezza con il tenerume. Un comportamento falso che non nasce dal cuore, ma dall’egoismo. Nasce dalla pulsione sessuale, dall’istinto che li porta a ricercare l’appagamento fisico e sessuale e non l’incontro amoroso con la sposa. La sessualità coniugale attinge il suo più alto contenuto quando è segno di tenerezza e aiuta a crescere nella tenerezza; in caso contrario, finisce per essere svuotata del suo contenuto e smarrisce il suo significato unitivo specifico con la conseguenza che diventa facile vittima della noia, dell’abitudine e dell’insoddisfazione reciproca.
Tempo
E’ importante considerare l’incontro intimo come qualcosa di importante. Che posto ha questa dimensione? Ci impegniamo per trovare il tempo necessario e di qualità per questa espressione del nostro amore e della nostra unità? Oppure lo releghiamo ai momenti liberi, che visto la nostra vita folle e pieni di impegni, si riducono alla sera tardi, quando, diciamolo senza giri di parole, la voglia di abbracciare il cuscino è più forte del desiderio di abbracciare l’amato/a. Come può una sessualità vissuta così non andare incontro a sofferenza se non addirittura morire nel nostro rapporto a lungo andare? Se muore l’unione fisica spesso e segno e preludio alla morte dell’unione affettiva e relazionale. Non è cosa da poco. Per questo è importante fare di nostra moglie e nostro marito i nostri amanti. E’ importante trovare il momento giusto per gustare la nostra intimità e crescere in amore e unità.E’ importante prendere dei permessi al lavoro, portare i figli dai nonni qualche volta, lasciarli ad una baby sitter, ritrovarsi alla pausa pranzo. Ogni coppia può trovare il suo modo, ma è importante trovarlo. Non dite che non avete nessun modo di farlo! Trovate tempo per andare a parlare con gli insegnanti, per andare in palestra, per attardarvi sul posto di lavoro. Questo non è meno importante. Forse lo ritenete voi meno importante. Siate sinceri. Almeno con voi stessi. Non è possibile che investiamo su tante cose per la nostra famiglia, ma trascuriamo questa che è una delle più importanti. La soluzione non è difficile, Fatevi amanti l’uno dell’altra e tutto sarà meraviglioso. Non serve cercare fuori del matrimonio quello che è una delle realtà più belle del vostro matrimonio.
Credo di avervi scritto una ricetta che in fondo al vostro cuore conoscete bene. Non servivo io per insegnarvela. Forse questo articolo può darvi lo spunto e il desiderio di metterla in pratica. Non aspettate. Ne va della vostra felicità.
Proseguiamo con gli ingredienti necessari a mantenere la relazione bella, il desiderio vivo e il matrimonio meraviglioso (clicca qui per leggere il primo articolo).
Corte continua, cura, attenzione.
La corte continua è fatica. Ci tocca far fatica, soprattutto a noi maschietti. Significa mettere l’altro/a al centro di una vita d’amore. Significa saper mettere l’amplesso come naturale conseguenza di una vita vissuta in preparazione di quel gesto culminante. C’è un vizio tipico dell’uomo: quello di essere per certi versi bipolare. Distaccato e incurante per ore se non giorni. Preso dalle sue cose, dal suo lavoro e dai suoi interessi. Salvo diventare d’un tratto la persona più amorevole e tenera del mondo. Solitamente questo cambiamento avviene quando l’uomo ha in testa di avere un rapporto intimo con la propria sposa. Capite bene come questa modalità non sia la più corretta per approcciarsi all’amata. Lei non è cretina. Avverte tutta quella tenerezza come finta e finalizzata ad ottenere qualcosa. Un atteggiamento, quello dell’uomo, che non solo non è apprezzato dalla sposa, ma spesso è avvertito come irritante. La cura verso la propria sposa deve essere continua. Deve diventare uno stile di vita. Solo così può risultare autentica ed essere apprezzata. Solo così può provocare nella donna il desiderio di unirsi al proprio sposo. Dobbiamo corteggiare la nostra sposa! Sempre! Don Carlo Rocchetta spiega questa dinamica molto bene. Don Carlo Rocchetta dice, con molta saggezza e conoscenza della nostra umanità, che uomo e donna sono sfasati. L’uomo ha bisogno dell’incontro sessuale per trovare il desiderio di essere attento e amorevole verso la propria sposa, mentre la sposa, al contrario, ha bisogno di tenerezza e attenzione prima per avere il desiderio dell’incontro sessuale con il marito. Secondo don Carlo, difficile è iniziare, poi, si trasforma tutto in un circolo dell’amore, dove l’incontro sessuale diventa punto di partenza per l’uomo, che i giorni seguenti colmerà di attenzioni la propria sposa, e punto di arrivo per la donna che, essendo stata amata dal marito, si sentirà predisposta all’amplesso.
Dialogo intimo
Uno dei pregi migliori di Luisa è la trasparenza. Non ha mai avuto timore di dirmi tutto. Ha sempre condiviso tutto con me. Mi ha fatto notare anche i miei errori con lei. Spesso comportamenti o atteggiamenti per me innocui. A lei, però, davano fastidio e per questo ho cercato di evitarli. Perché, alla fine, non conta ciò che penso io, ma ciò che prova lei. Perchè, se poi la donna si apre nel dialogo, noi non abbiamo più scuse. Dobbiamo darci da fare per accontentarla. Questo è l’amore. Questa è la bellezza di una relazione profonda come quella sponsale. Il dialogo è importantissimo. Spesso tanti problemi e motivi di divisione e rigidità tra gli sposi potrebbero essere disinnescati senza troppa fatica.
Con il prossimo articolo finirò la riflessione con gli ultimi due ingredienti
C’è un pensiero dominante che pervade la mentalità comune. Un pensiero che si manifesta nei discorsi con gli amici, in televisione, dai commenti di alcuni “esperti”. Insomma in ogni ambito. Il sesso è qualcosa di cui ci si stufa. Qualcosa che va rinnovato per non scadere nella noia. Soprattutto quando è vissuto con la stessa persona. Sempre con la stessa moglie (o marito), anno dopo anno, diventa qualcosa di abitudinario, qualcosa di sempre meno piacevole e desiderato. Allora si sprecano i consigli. Spesso consigli folli e senza nessun fondamento specifico. C’è chi consiglia di rendere l’amore piccante con determinate mise che dovrebbero riaccendere il desiderio. Altri che consigliano di sperimentare nuove posizioni, nuove modalità, nuovi oggetti di piacere. Questo consiglio può tamponare per qualche tempo, ma poi il problema si ripropone più forte di prima. Altri consigliano il tradimento (idioti loro e chi gli dà retta) per riaccendere la passione anche con il proprio partner. Tradire per ritrovarsi: che scemenza, eppure è un’idea molto considerata. Ognuno ha la sua ricetta. Anche la Chiesa ha la sua ricetta. Una ricetta vecchia, ma ormai sconosciuta ai più. Una ricetta che, se applicata da entrambi, non delude. Posso assicurarlo.
La ricetta è molto semplice:
Gli ingredienti sono: fedeltà,purezza,amabilità,corte continua,tenerezza. Il tutto mischiato e amalgamato con una dose abbondante di dialogo intimo e di cura e attenzione reciproca. Il tutto va preparato a fuoco lento e al momento giusto.
Fedeltà
Un solo uomo e una sola donna. Io ho vissuto l’intimità solo con la mia sposa e lei solo con me. Questa è una grande grazia. Questo ci ha permesso di non avere paragone se non l’altro. Nessun paragone se non quanto già vissuto l’uno con l’altra. Con nessun altro. Quando penso al rapporto fisico non ho in mente che un volto: quello della mia sposa. Mi rendo conto che per tanti non è così. Non preoccupatevi. Questo non è un ingrediente indispensabile. Almeno per quanto riguarda il passato. Si può recuperare con una relazione presente vissuta nella fedeltà autentica. Mantenere lo sguardo solo sulla persona che abbiamo sposato.
Purezza
Non basta tenere fisso lo sguardo su di lei. E’ importante mantenere uno sguardo puro. Questo riguarda soprattutto gli uomini. Dobbiamo purificarci da tutta la pornografia che abbiamo in testa. In gioventù, e ahimè anche nell’età matura, tanti uomini si trastullano e perdono tempo dietro ai contenuti per adulti. La pornografia ha un giro d’affari superiore ad Amazon. L’Italia è uno dei paesi più coinvolti. Capite bene come questa piaga inquini in modo decisivo le relazioni affettive della coppia. Non parlo solo della pornografia propriamente detta. C’è pornografia ovunque. Aprite la pagina web della Gazzetta dello sport. Troverete sicuramente un link ad una galleria con il servizio fotografico su una ragazza bellissima, prorompente e mezza nuda. La pornografia conduce l’uomo ad “educarsi” ad un tipo di bellezza inarrivabile. Inarrivabile soprattutto per la sua sposa. La sposa comincerà a non piacergli più. Nutrirci quotidianamente di immagini così, conduce inesorabilmente a non essere più capaci di vedere nostra moglie come quella persona incantevole di cui ci siamo innamorati, ma come un corpo che non può competere con quelli di cui ci riempiamo gli occhi e la testa. Nostra moglie diventa qualcuno di cui ci accontentiamo, che non ci piace più e tutto diventa finto, brutto e senza desiderio. Imparare a stare lontano da certe cose, significa riscoprire la bellezza della propria sposa. Tornerà ad essere incantevole, perché è molto più di un corpo, e il suo corpo irradia tutta la sua dolcezza, accoglienza, femminilità, qualità che ci hanno fatto innamorare e che continuano a farlo ogni nuovo giorno che Dio ci dona.
Amabilità
L’amabilità non è meno importante degli altri ingredienti. E’ il modo in cui ci disponiamo ad accogliere la persona amata. Una persona è amabile quando è bello stare vicino a lei. Una persona è amabile quando è facile amarla. La bellezza che sprigiona come persona è tale che rende bello stare con lei. Questa bellezza, che siamo chiamati a manifestare ed esprimere l’uno nei confronti dell’altra, sicuramente passa anche dai gesti teneri come abbracci, carezze e quant’altro, ma non basta. Dobbiamo chiederci anche quanto siamo accoglienti verso l’altro/a. Quanto accogliamo positivamente le manifestazioni d’amore dell’altro/a? Quanto percepiamo che l’altro/a ha stima di noi?
Devo impegnarmi a coltivare la mia bellezza interiore ed esteriore per il mio sposo (sposa). Devo impegnarmi a coltivare la mia persona, il modo di agire, di rapportarmi, di parlare, di affrontare la vita, in modo che io divento sempre più bella/o per lui o per lei.
[8]Vieni con me dal Libano, o sposa,
con me dal Libano, vieni!
Osserva dalla cima dell’Amana,
dalla cima del Senìr e dell’Ermon,
dalle tane dei leoni,
dai monti dei leopardi. [9]Tu mi hai rapito il cuore,
sorella mia, sposa,
tu mi hai rapito il cuore
con un solo tuo sguardo,
con una perla sola della tua collana! [10]Quanto sono soavi le tue carezze,
sorella mia, sposa,
quanto più deliziose del vino le tue carezze.
L’odore dei tuoi profumi sorpassa tutti gli aromi. [11]Le tue labbra stillano miele vergine, o sposa,
c’è miele e latte sotto la tua lingua
e il profumo delle tue vesti è come il profumo del Libano.
Questi versetti del Cantico seguono immediatamente la descrizione dell’amata da parte dell’amato che, attraverso uno sguardo casto, riesce a far sentire la propria regina desiderata profondamente. La donna prova una gioia che riempie, seppur per pochi istanti, il suo desiderio costitutivo d’amore. L’uomo riesce a penetrare con il proprio sguardo oltre la semplice fisicità della donna che, per quanto bella possa essere, non può riempire gli occhi di un uomo alla ricerca della bellezza assoluta. L’innamoramento cosa è se non il credere di aver fatto esperienza della bellezza assoluta? Non può bastare la concretezza del corpo. Sarebbe qualcosa di troppo limitato. L’uomo, infatti, cerca un’esperienza di infinito. Cerca un’esperienza dove il corpo sia la porta di accesso allo spirito immortale della persona amata. Questa premessa rende possibile questi versetti, forse tra i più famosi del Cantico. Questi versetti trasmettono tutta la meraviglia e lo sconvolgimento interiore, la passione d’amore verso la propria amata che Salomone non riesce a trattenere. Lo sposo è conquistato dalla propria sposa in un intreccio di cuore e corpo, di desiderio e passione, di spirituale e carnale, un intreccio che pervade tutta la persona e per questo è inebriante e totalizzante. Diventa uno sguardo così profondo da divenire contemplazione, contemplazione di ciò che è più bello e meraviglioso: la propria amata. Uno sguardo contemplativo così bello da dare forza e motivazione allo sposo per donarsi totalmente a quella donna e in quel rapporto d’amore così pieno e coinvolgente.
Molti, leggendo questo passo del Cantico e questa interpretazione che abbiamo voluto dare, potrebbero intravedere, in questo sentimento così passionale e carnale, l’amore degli sposi novelli, dove l’innamoramento è ancora forte e coinvolgente. Non è così. Se nel matrimonio l’unione sponsale è curata tutti i giorni in un contesto di dolcezza e dedizione dell’uno verso l’altra, quello sguardo contemplativo non passerà, anzi, si perfezionerà e sarà rinforzato giorno dopo giorno. Ogni sposo continuerà a vedere nella sua sposa la regina della propria vita e continuerà a restare rapito dalla sua bellezza anche se gli anni passano e arrivano rughe e capelli bianchi. Questo è possibile perchè quella relazione così totalizzante diventa sempre più profonda, intima e, per certi versi, spirituale. Ogni rapporto fisico, con alti e bassi sia inteso, diventa un’esperienza mistica. Un incontro d’amore che permette si fare esperienza di Dio Amore. Un’esperienza nella finitezza umana della Trinità divina. L’amore trasfigura tutto e anche un corpo che, anno dopo anno, inevitabilmente invecchia, continuerà ad apparire bello e attraente per chi ha saputo vivere il matrimonio in questo modo.
In quel tempo, mentre Gesù partiva da Gerico insieme ai discepoli e a molta folla, il figlio di Timèo, Bartimèo, cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. Costui, al sentire che c’era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: «Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!». Molti lo sgridavano per farlo tacere, ma egli gridava più forte: «Figlio di Davide, abbi pietà di me!». Allora Gesù si fermò e disse: «Chiamatelo!». E chiamarono il cieco dicendogli: «Coraggio! Alzati, ti chiama!». Egli, gettato via il mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. Allora Gesù gli disse: «Che vuoi che io ti faccia?». E il cieco a lui: «Rabbunì, che io riabbia la vista!». E Gesù gli disse: «Và, la tua fede ti ha salvato». E subito riacquistò la vista e prese a seguirlo per la strada.
Alcuni passaggi del Vangelo di questa domenica meritano un’attenzione particolare. Gesù incontra un cieco lungo la strada. Il cieco non vede. Non vede il senso della sua vita. Non vede la bellezza del mondo. E’ un mendicante. Un mendicante di amore, di desiderio di riempire quel vuoto del cuore. Un mendicante fermo. Seduto. Non è più capace di fare un passo. Dispera di riuscire a rialzarsi. Una condizione in cui tante persone possono trovarsi. Tante coppie di sposi. Come fare? Il mendicante riconosce la propria miseria. Questo è il primo passo. Non si vergogna e non la nasconde. Cerca aiuto. Questo dà fastidio. Non importa il mendicante non si lascia frenare da questo.
Secondo punto importante: Gesù non chiama direttamente il mendicante. Lo fa chiamare da qualcun’altro. Presumibilmente dai suoi discepoli. Non è un dettaglio secondario. Il Vangelo vuole evidenziare come Gesù solitamente abbia bisogno della mediazione di qualcuno per aiutare chi grida aiuto. Possiamo essere noi quel qualcuno. Con la nostra vicinanza, con le nostre parole, con il nostro aiuto materiale. Ultimamente ricevo tantissimi messaggi di aiuto da parte di tante persone. A volte mi sembra che sia troppo, che non posso farmi carico di tanta sofferenza e difficoltà. Poi, ripenso, a tutte le persone che Gesù ha messo sulla mia strada, persone che mi hanno sostenuto e aiutato ad uscire da situazioni di dolore e povertà in cui mi trovavo. Questo mi dà la forza di provare a dare il mio sostegno ora. Con tutti i miei limiti, ma mi fido di Dio.
Terzo punto. Il cieco getta il mantello. Butta tutto quello che ha. Tutta la sua ricchezza. Butta l’unica protezione che aveva per il freddo della notte. Sembra nulla, ma è tutto. Un significato simbolico grandissimo. Sì. Perché Il mantello per i mendicanti era ciò che sono i cartoni per i barboni di oggi: casa, materasso, coperta. Era l’unica sicurezza. Bartimeo se ne priva, e riacquista la vista. Per riacquistare la vista, per ricominciare, o per alcuni riuscire per la prima volta, a vedere la meraviglia della propria unione matrimoniale, bisogna essere capaci di gettare il mantello. Che mantello abbiamo? Cosa ci impedisce di abbandonarci alla fede e alla verità dell’insegnamento della Chiesa? Il mantello possono essere i nostri pregiudizi, la nostra storia, la nostra famiglia di origine, le nostre ferite, i nostri peccati. Non si può pretendere di risollevare una famiglia in sofferenza senza abbandonare il mantello degli anticoncezionali, senza abbandonare il mantello della pornografia, senza abbandonare il mantello della dipendenza da mamma o papà troppo invadenti e impiccioni, senza abbandonare il mantello dell’egoismo. Ognuno trovi il suo. Dobbiamo avere la forza di gettare tutto alla spalle per essere così in grado di rialzarci, di risollevare il nostro matrimonio, e rimetterci in cammino con Gesù per farne un capolavoro. Solo allora spogliati del nostro misero mantello da mendicanti potremo essere rivestiti di un mantello ben più prezioso. Saremo rivestiti del mantello regale. Saremo rivestiti della regalità di Cristo.
La chiamata alla vita coniugale richiede, pertanto, un accurato discernimento sulla qualità del rapporto e un tempo di fidanzamento per verificarla. Per accedere al Sacramento del matrimonio, i fidanzati devono maturare la certezza che nel loro legame c’è la mano di Dio, che li precede e li accompagna, e permetterà loro di dire: «Con la grazia di Cristo prometto di esserti fedele sempre». Non possono promettersi fedeltà «nella gioia e nel dolore, nella salute e nella malattia», e di amarsi e onorarsi tutti i giorni della loro vita, solo sulla base della buona volontà o della speranza che “la cosa funzioni”. Hanno bisogno di basarsi sul terreno solido dell’Amore fedele di Dio. E per questo, prima di ricevere il Sacramento del Matrimonio, ci vuole un’accurata preparazione, direi un catecumenato, perché si gioca tutta la vita nell’amore, e con l’amore non si scherza. Non si può definire “preparazione al matrimonio” tre o quattro conferenze date in parrocchia; no, questa non è preparazione: questa è finta preparazione. E la responsabilità di chi fa questo cade su di lui: sul parroco, sul vescovo che permette queste cose. La preparazione deve essere matura e ci vuole tempo. Non è un atto formale: è un Sacramento. Ma si deve preparare con un vero catecumenato.
La fedeltà infatti è un modo di essere, uno stile di vita. Si lavora con lealtà, si parla con sincerità, si resta fedeli alla verità nei propri pensieri, nelle proprie azioni. Una vita intessuta di fedeltà si esprime in tutte le dimensioni e porta ad essere uomini e donne fedeli e affidabili in ogni circostanza.
Proseguiamo con l’udienza del Papa (qui il primo articolo). Quanti, sposandosi, conoscono il significato di quello che stanno celebrando? Purtroppo i corsi prematrimoniali parrocchiali affrontano tante questioni pratiche, psicologiche, se va bene relazionali. Si spende troppo poco tempo a soffermarsi sul significato del sacramento che si fonda e trova la sua sorgente nel sacrificio redentivo e salvifico di Cristo. Trova la sorgente nel battesimo dei due sposi. Oggi voglio riproporre un mio vecchio articolo che calza a pennello con questa parte del discorso del Papa. Parleremo di fedeltà.
Quale significato ha questa parola per un cristiano? Semplicemente non tradire? O c’è di più?Per approfondire partiamo dall’inizio di tutto, partiamo dalla promessa che ognuno di noi ha donato, davanti a Dio e alla comunità, alla propria sposa o al proprio sposo.
Io Antonio accolgo te, Luisa, come mia sposa.
Con la grazia di Cristo
prometto di esserti fedele sempre,
nella gioia e nel dolore,
nella salute e nella malattia,
e di amarti e onorarti
tutti i giorni della mia vita.
Io Antonio accolgo te, Luisa, come mia sposa.
Cosa significa questa promessa? Io Antonio accolgo te Luisa. Chiamo per nome la mia sposa. Chiamare per nome nella Bibbia significa conoscere bene quella persona. Nel linguaggio semitico (che è quello della Bibbia) il nome indica la realtà della persona, l’essere costitutivo, la sua essenza: “Come è il suo nome, così è lui”. – 1Sam 25:25.
Questo ha un significato molto profondo. Significa accogliere la persona nella sua interezza. Non c’è nulla che rifiuto di lei. Sto affermando che l’ho conosciuta e sono pronto ad accoglierla con tutte le sue virtù, ma anche tutte le sue fragilità. Sto dicendo che non voglio escludere o cambiare nulla di lei. Semmai voglio intraprendere con lei un cammino di perfezionamento e di crescita. Essere fedele significa non rimangiarsi questa promessa. Quante coppie si distruggono perchè non hanno riflettuto abbastanza su questo? Quante donne si illudono di cambiare il marito nel matrimonio o viceversa? No, non funziona così. Voi vi state prendendo il pacchetto intero. Se non avete valutato bene la persona con cui vi legate per la vita non potete poi accusare lui di non essere quello che voi pensavate fosse o volevate che lui diventasse.
Purtroppo oggi non esiste più una netta separazione tra fidanzamento e matrimonio. Il fidanzamento non è più tempo per discernere e capire, ma viene spesso vissuto come un matrimonio senza l’impegno del matrimonio e questo rende tutto molto più difficile.
Quindi, per concludere questa parte, la prima caratteristica della fedeltà cristiana è saper accogliere la persona nella sua interezza, anche nelle parti che non ci piacciono e che non sono amabili per noi. Essere fedeli significa saperle accogliere e amarle perché sono costitutive di quella persona.
Prometto di esserti fedele sempre, nella gioia e nel dolore,nella salute e nella malattia.
Prometto di esserti fedele sempre, in qualsiasi situazione, con qualsiasi tuo atteggiamento, nella tua debolezza, nella tua forza, nelle cose belle e brutte, nei momenti di festa e di lutto.
Cosa significa questo? L’amore non è un sentimento, ma un fare qualcosa. L’amore è mettere sempre l’altro davanti a noi. L’amore è cercare di comprendere l’altro anche quando si comporta male. L’amore è farsi pane spezzato, è dare la vita per l’altro. Dare la vita significa offrirsi senza pretendere nulla in cambio, nella sola volontà di fare il suo bene. A volte questo significa dover abbracciare la croce. Questo significa a volte vedersi offendere e disprezzare. Gesù lo ha fatto prima di noi. Gesù ha sofferto, ma nella sua sofferenza ha salvato la Chiesa sua sposa. Quando ci sposiamo in Cristo, chiediamo questo. Chiediamo di essere capaci di questo. Chiediamo di amare come Cristo ed essere testimoni del Suo amore. Per amare quando le cose vanno bene non serve lo Spirito Santo basta il nostro misero amore e il nostro ego soddisfatto. I momenti in cui sono più fiero e sicuro del mio amore per la mia sposa non è quando siamo in perfetta sintonia e pieni di passione e desiderio. Sono fiero di me quando la amo anche in quei periodi (che succedono) in cui la passione e il desiderio calano e non sento ricambiato il mio amore.
La seconda caratteristica della fedeltà è amare sempre, a prescindere da tutto e da tutti, anche da lei.
e di amarti e onorarti tutti i giorni della mia vita.
Cosa ci dice questa ultima parte? Ci ricorda che la fedeltà non è una promessa che facciamo all’inizio del matrimonio e poi basta. La fedeltà è una progressione giorno per giorno. Più cresciamo nel matrimonio e più quella promessa significa andare in profondità nel dono di noi. Ogni mattina dovremmo iniziare la giornata con questa promessa. Questa è la nostra missione più importante. Lavoro, figli, impegni, parrocchia, comunità e qualsiasi altra cosa vengono dopo. Ogni mattina dobbiamo rinnovare quella promessa e fare di tutto per non disattenderla.
La terza caratteristica della fedeltà sponsale è saper amare ogni giorno.
Questo è possibile solo grazie allo Spirito Santo perché è davvero troppo esigente per noi miseri uomini. E infatti nella promessa non manchiamo di dire Con la grazia di Cristo.
Papa Francesco, durante la catechesi del mercoledì, sta proponendo alcune riflessioni e provocazioni sul decalogo. Mercoledì scorso, il 24 ottobre 2018, ha affrontato il sesto comandamento.
I prossimi articoli, non so ancora se due o tre, dipende da quello che le parole del Papa mi provocheranno volta per volta, li dedicherò a commentare questa udienza tanto interessante per noi sposi.
Cari fratelli e sorelle, buongiorno!
Nel nostro itinerario di catechesi sui Comandamenti arriviamo oggi alla Sesta Parola, che riguarda la dimensione affettiva e sessuale, e recita: «Non commettere adulterio».
Il richiamo immediato è alla fedeltà, e in effetti nessun rapporto umano è autentico senza fedeltà e lealtà.
Non si può amare solo finché “conviene”; l’amore si manifesta proprio oltre la soglia del proprio tornaconto, quando si dona tutto senza riserve. Come afferma il Catechismo: «L’amore vuole essere definitivo. Non può essere “fino a nuovo ordine”» (n. 1646). La fedeltà è la caratteristica della relazione umana libera, matura, responsabile. Anche un amico si dimostra autentico perché resta tale in qualunque evenienza, altrimenti non è un amico. Cristo rivela l’amore autentico, Lui che vive dell’amore sconfinato del Padre, e in forza di questo è l’Amico fedele che ci accoglie anche quando sbagliamo e vuole sempre il nostro bene, anche quando non lo meritiamo.
L’essere umano ha bisogno di essere amato senza condizioni, e chi non riceve questa accoglienza porta in sé una certa incompletezza, spesso senza saperlo. Il cuore umano cerca di riempire questo vuoto con dei surrogati, accettando compromessi e mediocrità che dell’amore hanno solo un vago sapore. Il rischio è quello di chiamare “amore” delle relazioni acerbe e immature, con l’illusione di trovare luce di vita in qualcosa che, nel migliore dei casi, ne è solo un riflesso.
Così avviene di sopravvalutare per esempio l’attrazione fisica, che in sé è un dono di Dio ma è finalizzata a preparare la strada a un rapporto autentico e fedele con la persona. Come diceva San Giovanni Paolo II, l’essere umano «è chiamato alla piena e matura spontaneità dei rapporti», che «è il graduale frutto del discernimento degli impulsi del proprio cuore». È qualcosa che si conquista, dal momento che ogni essere umano «deve con perseveranza e coerenza imparare che cosa è il significato del corpo» (cfrCatechesi, 12 novembre 1980).
Sulla fedeltà, sull’indissolubilità, su questi temi tanto attuali quanto disattesi nella società odierna, ho già avuto modo di scrivere in diverse occasioni.
Oggi voglio dire qualcosa di diverso dal solito. Qualcosa che probabilmente neanche voi avete mai sentito o su cui vi siete soffermati a riflettere.
Un sacerdote, durante un incontro rivolto alle coppie di sposi, disse queste testuali parole:
Chi abbandona la propria moglie o il proprio marito, affermando che non la/lo ama più, significa che non la/lo ha mai amato, neanche prima.
Affermazione pesante. Come è possibile? Prima andava tutto bene. C’era passione, affetto, intimità, innamoramento, sentimento. Come si può dire che non c’era amore? C’era intesa sessuale ed emozioni forti. L’amore c’era ed era anche travolgente.
Lo pensavo anche io prima di sposarmi che fosse questo l’amore. Che l’amore fosse dato dall’insieme di queste sensazioni travolgenti del cuore. Che l’amore fosse una forza che ti prende e ti attrae all’altra persona, una forza a cui è impossibile resistere.
Poi nel matrimonio ho capito che quelle cose lì non sono l’amore. Quelle cose lì sono importanti, ma l’amore è un’altra cosa. E’ qualcosa che non viene dal cuore, ma dalla volontà. Quelle cose lì sono, paradossalmente, l’opposto dell’amore. Capitemi bene. E’ importante che ci siano ed importante ricercarle curando la relazione. Ma non sono l’amore. Sono ciò che ci rende bello l’amore. Molto diverso. Perchè dico che sono l’opposto? Perchè passione, sentimento, emozione, innamoramento, attrazione erotica, sono tutti concetti che presuppongono che il centro sia io. Spostano il centro del mondo in me stesso. Ci rendono egocentrici ed egoisti. Questo è il grande rischio. Tutto va bene quando io sento forti tutte queste cose. Io, io , io e l’altro? Dove è? Che posto gli do nella mia relazione? Diventa, spesso solo uno strumento da cui ottenere il mio piacere e le mie gratificazioni. Una persona da usare detto brutalmente. Ecco, che quando non provo più questi forti sentimenti e sensazioni l’altro/a non mi serve più, lo/la cambio, lo/la butto via come un telefono vecchio per comprarne uno nuovo e tecnologicamente più avanzato. Questo non è l’amore. L’amore è un’altra cosa. L’amore, per noi cristiani, è mettere l’amato/a al centro. Ed ecco, che anche quando non sento nulla, non smetto di amare, perchè quello che conta non è ciò che sento io, ma il suo bene e la sua gioia. Quando ho vissuto momenti di aridità dove mi è costato fatica amare la mia sposa, lì dove ero spogliato di molte di quelle sensazioni ed emozioni che trascinano la relazione, lì ho cominciato ad amare davvero. Continuando a tenere la bussola indirizzata verso di lei. Gesù ha mostrato tutto il suo amore sulla croce, dove non c’era nulla di romantico e di emotivamente appagante, ma lì ha amato per il nostro bene, per la nostra salvezza.
Poi c’è un grande paradosso. Quando riesci ad amare anche quando senti poco o nulla, perseverando, presto torneranno anche tutte le emozioni e sensazioni perdute.
Se avete seguito fin qui il discorso capirete bene come ora l’affermazione iniziale sia comprensibile e condivisibile. Se quando vengono meno tutte quelle forze erotiche, sessuali, emozionali dell’attrazione e dell’innamoramento, decidete che non vale più la pena continuare, perchè non amate più quella persona, significa semplicemente che non l’avete mai amata.
“Amare è dare ciò che non si ha”. Abbiamo ascoltato insieme Benigni e ho provato ad ascoltare con semplicità, come spesso sai fare meglio di me. Proprio come da bambini, quando ancora non tutto ci appare confuso. Ti do ciò che non ho, ciò che non riesco. Dunque amare significa snaturarsi? Si dice di essere se stessi in amore, perlomeno in amore, aggiungerei. Essere se stessi. Una mente molto schematica quale è la mia, ragiona così, ho in testa una lunga scaletta da rispettare, un ordine, una sequenza: prima si sta bene con sé, prima ci si ritrova, poi ci si dona, ci si concede, si ama. Ma il passare dei giorni, degli eventi, del tempo, mi induce a pensare che forse è bene mischiare un po’ tutto. Siamo composti da minuscoli pezzetti che spesso lasciamo andare con lo scorrere delle giornate, con le persone incontrate, con i compromessi a cui scendiamo, con i sentimenti che non proviamo, con i sogni che tralasciamo, con le emozioni che non dichiariamo. Lasciamo andare dei pezzetti di noi. E se da un lato a volte questo ci fa scoprire l’essenza, ciò che rimane dopo aver potato i fronzoli, dall’altro spesso conferisce alla nostra esistenza un senso di spaesamento per il quale non riusciamo più a ritrovarci. E che cosa ci rimane? Il lavoro che facciamo, la strada che percorriamo tutti i giorni, le faccende da sbrigare, i nostri grandi progetti giornalieri da portare avanti. “Che lavoro fai?”, “quanti anni hai?”, “sei impegnato?”, “che genere di film preferisci?”, “che cosa leggi?”. Domande. Sappiamo a volte solo queste di risposte e, sicuri di noi, tentiamo di aderire alla forma, al contenuto che più ci piace. Allora rispondiamo senza approfondire, chiediamo senza voler sapere. Ci stiamo senza starci. Perchè abbiamo paura di perdere altri dei nostri pezzetti per strada e di non riuscire mai a riunire tutti quei punti disparati per formare finalmente “noi stessi”. Per essere. Ma essere non è vivere. E vivere non è stare. E stare non è “starci”. Stare alla vita, alle scommesse che essa porta con sé, alla bellezza da scoprire e alle cadute da affrontare.Solo standoci si è se stessi. E come si fa a trovare prima la nostra identità se in realtà non ci stiamo? Non ci doniamo? Non ci concediamo… e non amiamo? Tutto insieme. Tutto un insieme di vorticosi giri che la vita ci fa fare per insegnarci. “Historia magistra vitae”, (Ah, le reminescenze liceali! Curioso come funzioni la memoria, come ci ponga di fronte conoscenze forse una volta interiorizzate solo per superare la sufficienza e ora tramutate in ammonimenti), sì, diventa maestra la nostra storia quando si insinua tutti i giorni nelle nostre azioni e nei nostri pensieri. Quando ti sussurra di buttarti, quando ti dice di provare ad amare perchè anche se ci rimani fregato ti sei guadagnato un pezzetto da aggiungere a “te stesso”. Probabilmente ci siamo ritrovati tutti ad un bivio ad un certo punto della nostra relazione con l’altro: te sei così, io invece sono così. E concentrati sul cambiare l’altro non pensiamo mai che forse il lavoro più grande e più importante da fare è su noi stessi. Vedi Federica? Devi imparare a pensare anche a te, mi risuona così la tua voce. Ritorna sempre quel “noi stessi”. D’altronde con noi passiamo molto tempo e il rischio è di non accorgersene nemmeno. Il rischio è passare una vita a cercare l’altro, a cambiare l’altro, a riempirci con l’altro, senza accorgerci che il nostro compagno principale di vita siamo proprio noi. Quali domande faresti a te stesso? Forse sono molto diverse dalle domande elecante prima. Forse avresti il coraggio di chiederti come stai, come ti senti, che cosa provi, se vuoi starci, che cosa pensi, che cosa sogni. E facendoci queste domande costruiamo ogni istante un pezzetto nuovo, oppure ritroviamo quel pezzetto perso per strada chissà dove e chissà perchè. Importante è scoprire dove e perchè e da lì ricominciare, da lì ritrovarsi. Per questo amare è dare ciò che non si ha, perchè il più delle volte non sappiamo di avere dentro di noi cose sconosciute, misteriose, splendide, spaventose e brillanti.Ti do quello che scopro dentro di me con te. Scopro dentro di me che cosa si cela dandomi a te. Diventi il mio alleato preferito, colui al quale svelo il mistero che Dio ha nascosto in me, la bellezza che custodisco. Allora quando vorrei leccarmi tutto il giorno solo le mie ferite, scopro anche le tue e ti do la mia comprensione. Se non capisco la vita, guardando la tua forse capisco meglio che cosa desidero nel profondo. Se non ho la fede, camminando con te la cerco. L’amore non è mai scartato. L’amore che diamo rimane. L’amore è donativo e mai riempitivo.
“Sono un uomo ferito.
E me ne vorrei andare E finalmente giungere, Pietà, dove si ascolta L’uomo che è solo con sé. Non ho che superbia e bontà. E mi sento esiliato in mezzo agli uomini. Ma per essi sto in pena. Non sarei degno di tornare in me? Ho popolato di nomi il silenzio. […] Dio guarda la nostra debolezza. Vorremmo una certezza. […] Non ne posso più di stare murato Nel desiderio senza amore.”
Giuseppe Ungaretti, La Pietà
Ieri sera sulle frequenze di Radio Maria ho iniziato la seconda puntata di Padri Nostri dedicata alla Didaché1 ringraziando gli amici Stefano, Celestino e Cinzia, questi ultimi con la loro piccola Gemma, di essere venuti a pranzo a casa nostra:
Ricercherai ogni giorno la presenza dei santi, per trovare sostegno nelle loro parole.
Così recita l’antichissimo2 documento (4,2). Notare che laddove in italiano leggiamo “la presenza dei santi” in greco abbiamo “τὰ πρόσωπα τῶν ἁγίων”, i volti, le presenze fisiche: insomma va bene avere la propria bella bibliotechina di agiografie (anzi è cosa molto buona), ma di certo non può bastare.
E mi dicevo, mentre parlavo in radio, che dopotutto se pensassimo di non conoscere dei santi – gente la cui vita è risorta con Cristo – dovremmo porci qualche domanda seria: nella migliore delle ipotesi, quello potrebbe essere il sintomo di una vita di fede flaccida; nella peggiore, dovremmo aggiungere l’aggravante di pensare, magari inconsciamente, che Dio “stia perdendo” la sua sfida contro la cattiva inclinazione delle nostre libertà ferite.
Giovanni Paolo II: magistero della vita, dell’amore e del dolore
In verità mi guardo intorno e mi ritrovo pieno di santi, di persone diversissime e tutte stimolanti, ciascuna a modo suo, nell’aiutarmi ogni giorno a rimettere i puntini sulle i, a raddrizzare la rotta e richiamare le priorità – quelle vere.
Oggi è San Giovanni Paolo II3, e prima che finisca la giornata devo dire grazie a due amicizie dalle cui parole mi ritrovo molto sostenuto.
La prima di queste due amicizie è quella di Antonio e Luisa De Rosa, che proprio oggi hanno voluto mandare nelle librerie il loro L’ecologia dell’amore. Intimità e spiritualità di coppia. Di questo libro, frutto maturo e al contempo rielaborazione originale della Teologia del Corpo di San Giovanni Paolo II, Costanza Miriano (altra persona della cui amicizia mi onoro) ha potuto scrivere:
Di libri sul matrimonio ne ho divorati davvero tanti, troppi forse, e sinceramente non avevo una gran voglia di rileggere ancora una volta le stesse cose. Ho accettato di farlo solo perché me lo ha chiesto la mia amica Elisabetta, e mi sono fidata di lei.
Beh, ho fatto proprio bene. Questo è un libro diverso da tutti gli altri. Innanzitutto non lascia intendere le cose, le dice proprio chiaramente. Nero su bianco. Parla di sesso secondo gli insegnamenti della Chiesa, secondo il disegno di Dio, ma lo fa senza moralismo, senza veli, con il coraggio e la sfrontatezza che viene dalla certezza di parlare conoscendo le cose di Dio. Dove lo trovate un altro libro che a distanza di poche righe parla di misure del pene e sacramento, di frequenza dei rapporti sessuali (un giorno sì, due no, mi raccomando) e Spirito Santo, di sesso orale (anche sì ma con delle regole), anale (sempre no), pornografia (semprissimo no), di desiderio maschile e femminile, di preliminari e santità della coppia? Di amplesso come vertice del corteggiamento e dell’unione anche spirituale? Ma senza lasciar intendere nulla, dicendolo proprio apertamente, raccontando di sveglie puntate per fare l’amore, di appuntamenti tra marito e moglie, di giorni di ferie e permessi dal lavoro per dedicarsi tempo e attenzioni e custodire l’intimità; parlando di contraccezione e metodi naturali, del desiderio femminile che ha bisogno di essere alimentato con l’attenzione, e dello sguardo accogliente e pieno di stima che l’uomo desidera su di sé. Dando giudizi chiari e precisi su ciò che fa bene al desiderio della coppia, e ciò che invece lo danneggia.
Ovviamente non è un manuale di regole, perché siamo così diversi, tutti come singoli, e due diversità insieme, poi, ancora di più: però dà dei consigli pratici, ragionevoli, ecologici, nel senso dell’ecologia dell’uomo cui faceva riferimento Benedetto XVI.
D’altra parte i rapporti sessuali sono ciò che più di tutto il resto distingue il matrimonio dalle altre forme di relazione, dagli altri affetti, anche profondissimi. Non è possibile che Dio non c’entri con il sesso. E se è Dio a volere per gli sposi questa espressione dell’amore reciproco, è bellissimo imparare a viverlo in unione a lui. È difficile ma non impossibile, con un po’ di impegno. Antonio e Luisa con grande generosità ci aprono le porte della camera da letto, senza atteggiarsi a quelli che sanno come si fa, ma proponendo un cammino possibile, per coppie vere, in carne ed ossa. Cose che non si raccontano mai, per pudore, perché si teme di essere imperfetti, perché certe cose non si dicono, perché pensiamo che le nostre difficoltà siano troppe mentre agli altri va tutto liscio, oppure perché, come credo succeda a una grande parte delle coppie, non si fa un lavoro (è la parola che usa Papa Francesco quando parla di amore) sulla propria intimità, e si lascia che le cose vadano da sé, dimenticando che, affinché una coppia regga negli anni, c’è un investimento da fare. L’uomo e la donna non sono solo padre e madre – il rischio di dimenticarlo lo corriamo tutti – sono prima di tutto coppia, e amano Dio sempre uno attraverso il volto dell’altro. Fare l’amore, dunque, è anche un gesto profondamente religioso, se fatto con il cuore diretto a Dio, e questo libro lo ricorda con toni audaci e spiazzanti.
E tutti potete immaginare che Costanza non scriva cose del genere a casaccio. Il problema – lo accennavo già all’inizio dell’estate sfiorando l’argomento “teologia del corpo” al ritiro annuale delle Cooperatrici Oblate Apostoliche del Movimento Pro Sanctitate – è che quando si parla di “codesta teologia”4 la si presenta come qualcosa di idealizzato e di praticamente non-vivibile. È quanto a modo suo aveva riscontrato pure Thérèse Hargot, nel suo laicissimo consultorio:
per la maggior parte i cattolici ricevono anzitutto una base di morale sessuale; poi si aggiunge una teologia della sessualità; il tutto senza sapere che cosa sia la sessualità. Voglio dire che non c’è una conoscenza adeguata del fenomeno sessuale: come si manifestano le dimensioni emozionale, affettiva e psicologica. Si passa direttamente alla dimensione morale e a quella teologica. Sono cose estremamente interessanti, la morale e la teologia, ma l’insegnamento va in cortocircuito sulla conoscenza fisica ed emozionale. Intendo dire che c’è una generazione di giovani – quella di cui parlo nel mio libro – che coinvolge naturalmente anche numerosi cattolici: venuti su al latte della pornografia come gli altri, crescono e ricevono un insegnamento che è molto molto bello e non hanno modo di viverlo. Entrano rapidamente in un’idea di ciò che la sessualità dovrebbe essere: la comunione degli sposi, la Trinità, la liturgia dei corpi… tutte idee che trovo molto affascinanti e belle… solo che poi ad esse non corrisponde la loro esperienza. E diventano frustrati: «Cavolo, la mia vita sessuale decisamente non è così… il sesso con mio marito non assomiglia proprio a questa roba…». E giù a deprimersi in un circolo vizioso, che si nutre del fatto che si ha scarsa o nulla conoscenza delle dinamiche personali della sessualità: perché abbiamo dei fantasmi, come funzionano le pulsioni sessuali; e quindi la masturbazione, il piacere…
Il problema, in buona sostanza, è che si tende a parlare dell’intimità coniugale più descrivendo l’obiettivo ideale della proposta cristiana che considerando la strada per cui quell’obiettivo si fa piuttosto una meta– quindi una cosa sì lontana ma assolutamente raggiungibile. L’effetto collaterale si amplifica notevolmente quando a descrivere quell’obiettivo sono persone che, in virtù del loro stato di vita, non vivono alcuna intimità coniugale. Il risultato di quest’impostazione è che le difficoltà (talvolta lancinanti) di cui molti uomini e donne fanno esperienza vengono avvertite più come minacce alla consistenza del sistema che come ovvî punti di partenza per imprevedibili e gustosi cammini di santificazione. Devastante corollario del risultato è poi che la concordanza tra i due poli, ormai sciaguratamente caratterizzati come “ideale” e “reale”5, porta gli agenti di cui sopra – ossia i Pastori (alcuni soltanto, grazie a Dio) – a inquadrare i “casi reali” difficoltosi come altrettante “eccezioni” alla “norma ideale”… e a normalizzare gli stessi con altrettante deroghe.
Due sposi che scrivono di intimità in modo sexy e mistico
E sarebbe ben strano il contrario, cioè che chi non conosca i termini di un problema (se non in teoria – ma il sesso e la santità sono cose eminentemente pratiche) sappia poi offrire le soluzioni giuste. Ecco, Antonio e Luisa si propongono come una coppia esperta che si trova nel bel mezzo della propria avventura: quattro figli (più uno già in cielo), un fidanzamento normalmente bacato da svariati assortimenti di idee sbagliate e poi la proposta della Chiesa, giunta per loro dall’opera missionaria di Padre Raimondo Bardelli e dal sostegno della rete di famiglie fiorita attorno a quell’opera. Quindi un cammino pieno di problemi chiaramente individuati, risolutamente affrontati, gioiosamente superati e – oggi – fraternamente condivisi.
Questo è forse ciò che manca in tutti (o quasi) i corsi prematrimoniali parrocchiali: non si parla affatto di intimità coniugale, di “intimità ecologica”, e quando il buon vecchio parroco si cimenta nell’argomento tante volte fa (incolpevolmente) rimpiangere il silenzio. Non basta vivere l’intimità coniugale, per saperne indicare le vie (e le insidie), però forse è più che opportuno – è quasi necessario – che chi ne parla ad altri sia introdotto in prima persona a quei meandri. E poi ci vuole schiettezza, ma anche prudenza, verità ma anche pudore, una parola senza complessi quando si parla di godimento sessuale e che non si riduca ad appicciare sulla trita foia qualche bollino spiritualizzante: occorre che il supporto sia una solida e comprensiva antropologia integrale, quella che può sostenere l’ambizioso progetto di un’ecologia integrale. Dunque anche dell’intimità coniugale. Antonio e Luisa hanno forse colmato un vuoto:
È importante che il nostro amore cresca e che sia vissuto in un contesto di corte continua. L’ho già accennata e la riprenderemo. Corte significa collocare l’intimità sessuale in uno stile di vita fondato sull’amore reciproco visibilmente manifestato. Continui gesti di tenerezza, di servizio, e di cura l’uno per l’altra durante tutto l’arco della giornata. Basta poco, una carezza, una parola dolce, uno sguardo, una telefonata e cose così. In passato non lo praticavo con costanza e la mia sposa ne soffriva. Si capiva però benissimo quando c’era in programma, da parte mia, il desiderio di riattualizzare il sacramento; bastava osservare il mio comportamento. Diventavo servizievole e tenero. Questo la faceva sentire usata. I miei, infatti, non erano gesti sinceri, ma finalizzati ad ottenere la mia soddisfazione. Ho dovuto impegnarmi ed educarmi per migliorare questa mia insensibilità. Togliamoci allora quell’idea del mondo che ci fa credere che l’intimità sessuale sia bella all’inizio del rapporto e poi diventa qualcosa di sterile e di abitudinario. Non è così. La bellezza dell’intimità è data dalla qualità della nostra unione e più | saremo uniti più sarà fonte di gioia. La novità non è data dal gesto, ma dall’amore che lo caratterizza e che gli dona significato e potenza. È tutta un’altra cosa avere la consapevolezza di non star semplicemente a fare l’amore, ma che stiamo riattualizzando un sacramento, stiamo celebrando il nostro amore! È qualcosa di grande.
Antonio & Luisa De Rosa, L’ecologia dell’amore, 87-88
L’altro amico il suo libro me l’ha dato solo ieri (però me l’ha portato di persona venendo a pranzo…), ma la bella giornata odierna esige che gli dedichi almeno qualche parola: si tratta di un libro che Stefano Giordani ha scritto soprattutto per sé stesso, per coltivare il memoriale della grazia di una moglie come Simonetta, partita per il cielo non molti mesi fa con una serenità e una letizia che a tutti noi hanno impedito di chiamare “funerale” l’estremo arrivederci che demmo alle sue spoglie.
Due sposi a cui sono date un’intimità e una fecondità misteriose
Anche se non si propone di vendere e di farsi conoscere (non ha neppure un editore) questo libro condivide diverse cose importanti con quello: è il libro di una coppia anche questo, descrive anche questo le meraviglie operate da Dio all’interno di un matrimonio, scolpendo due cuori col martello dell’amore sull’incudine della castità. È un matrimonio senza figli, questo, ma non meno fecondo dell’altro, che di figli ne annovera cinque.
Io Simonetta la conobbi anni fa: me la presentò Claudio dicendomi che una sua amica disegnatrice avrebbe volentieri regalato a La Croce quotidiano la sua arte ideando una striscia di fumetti apposta, con dei personaggi straordinari sbalzati finemente dai fogli di stagno di una famiglia normalissima. Avevano dei superpoteri, sì, ma erano dei semplici nonni; e pure il Papa lo dice sempre, che i nonni hanno dei poteri davvero super.
Era perfezionista, sul lavoro e non solo: discutemmo minuziosamente dei personaggi, dei volti, dei caratteri… ma quelle strisce restarono sempre embrionali, Simonetta riteneva di doverli elaborare ancora. Non per questo smettemmo di scriverci: mi si rivolgeva di tanto in tanto con degli articoli di cui poi parlavamo. Aveva seguito con attaccamento viscerale le vicende di Charlie Gard e di Alfie Evans, giungendo quasi a imparare l’inglese apposta per leggere notizie su questi bambini: nella cultura dello scarto che giudicava queste creature Simonetta si proiettava – non solo per il cancro che la divorava, ma per le tante esperienze che le sapevano di fallimento – ed era la comune umanità profanata in quegli innocenti ciò per cui lei offriva le sofferenze del suo calvario.
Mano a mano che moriva pensava sempre più esclusivamente a prepararsi, a “mettere a posto” le cose, parlando con quelli a cui riteneva di dover dire qualcosa… e a pregare che la sua morte non scandalizzasse i piccoli nella fede, a cominciare da alcuni famigliari. Lì al “funerale” apprendemmo che tra le ultime parole al marito ci fu il severo e dolce monito: «Mi raccomando, tu: resta sempre aperto alla volontà di Dio». Quanti l’abbiamo sentita passare nelle nostre vite, o anche solo di fianco, giureremmo di aver inteso qualcosa di simile a quel fruscio straordinario che Chiara Corbella ha diffuso attorno a sé.
E così anche con i santi che frequentiamo siamo tentati di giudicarli dal loro ultimo stadio, dal momento in cui si preparavano a entrare al banchetto del Re – se abbiamo avuto il duro privilegio di accompagnarli alla soglia – mentre ciò che ce li rende dolci e cari è proprio l’averli avuti per compagni di strada, aver visto la loro fatica così simile alla nostra. Apro una pagina a caso, verso la metà del libro, e trovo Stefano che riporta una pagina del diario di Simonetta, vergata nel periodo in cui giravano per medici cercando di capire se i figli non arrivassero loro per una sterilità fisica.
Giornata inconcludente come mi sembra la mia vita. Non c’è nulla che riesca a portare a termine. Mi chiedo perché… se sia una mia incapacità o un volere di Dio per dirmi qualcosa. L’operazione è saltata, ora non so che fare. Avere un bambino è sempre di più una chimera, sento il mio corpo e la mia vita sempre meno capaci e adatti. Sono piena di problemi di salute. Non riesco a guadagnare niente di che, tra il poco lavoro e il poco tempo. Non riesco ad aiutare i miei come vorrei. Abbiamo problemi di salute che minano | anche il nostro insieme. In comunità è molto faticoso perché siamo i responsabili e abbiamo fratelli difficili. Mi sembra che tutto giri al contrario.
So che la croce ha un senso, ma non capisco quale. Il Signore ci sostiene, perché in tutte queste cose sarebbe impossibile passare un’ora in piedi. Ma mi rimane questa sensazione di “troppo” dolore e fatica e inconcludente. Sembra che ogni mossa sia vana.
Dio non sta costruendo la mia casa, o la sta costruendo proprio attraverso queste continue delusioni? Per questa operazione abbiamo pregato, abbiamo digiunato, abbiamo mangiato la Parola. Parlaci, Signore, aiutaci. Ci sentiamo stanchissimi, e io spesso di desideri continuamente frustrati e di energie sprecate.
Apristi la Bibbia e il Signore ti rispose così:
Popolo mio, che cosa ti ho fatto? In che cosa ti ho stancato? Rispondimi. Forse perché ti ho fatto uscire dall’Egitto, ti ho riscattato dalla casa di schiavitù e ho mandato avanti a te Mosè, Aronne e Maria? Popolo mio, ricorda le trame di Balàk, re di Moab, e quello che gli rispose Bàlaam, figlio di Beor. Ricordati di quello che è avvenuto a Sittìm a Gàlgala, per riconoscere i benefici del Signore2.
Il Signore ti stava ricordando ciò che aveva compiuto, e che le circostanze che inizialmente sembravano contrarie, poi si erano rivelate un intervento di salvezza.
Stefano & Simonetta Giordani, Una Persona intorno, 126-127
Ai “funerali” non ero riuscito ad avanzare oltre la penultima panca, nella pur vasta chiesa, tanto l’edificio traboccava della fecondità di Simonetta: ovunque mi girassi c’erano fratelli, sorelle, figli e figlie di quella ragazza che riteneva di avere poco lavoro e mi aveva offerto disegni gratis per contribuire a sensibilizzare le persone sul ruolo e sulla dignità dei membri più fragili delle nostre famiglie e della nostra società.
Per accompagnarla al “lancio verso il Cielo” Stefano aveva tirato fuori il vestito da sposo: nel salutarlo mi sciolsi in singhiozzi e quasi fu lui a consolarmi, sostenuto da una pace della quale egli stesso aveva riso con disprezzo nella sua vita precedente.
Allora si diceva tra i popoli: «Il Signore
ha fatto grandi cose per loro!».
Grandi cose ha fatto il Signore per noi,
ci ha colmati di gioia.
Sal 125,2-3
E appena rientrato in macchina chiamai mia moglie, che non era potuta venire, per dirle che s’era persa qualcosa di veramente straordinario.
Ecco le parole in cui troviamo sostegno, parole che sono fatti ed esistenza, Spirito e Vita. Ecco i segni della perpetua giovinezza e santità della Chiesa, l’assicurazione più tangibile dell’opera di Cristo nel mondo.
Eravamo insieme e stavamo pranzando; ed era davvero un giorno come un altro, non ricordo quale. Era Agosto. Venne fuori un argomento che, oggi, è visto quasi come un tabù: il matrimonio. Ma non era la prima volta. In realtà, noi avevamo cominciato a parlarne circa tre anni prima, cioè quando ci siamo conosciuti. Anzi, è bene che faccia un appunto: io mi presentai a Michele (questo è il suo nome) e poi usai, più o meno, queste parole: “Se stiamo insieme dovremo avere un fine per cui stare insieme”. E non intendevo certo un “obiettivo per arrivare a”, ma piuttosto un “obiettivo da cui partire per”.
Che poi certamente non mi riferivo, nel senso pratico, al matrimonio (ci eravamo conosciuti da circa dieci minuti, pensate quel poveretto -voglio sottolineare, di 23 anni- che cosa ha potuto pensare). Mi riferivo al vivere una relazione di coppia non in base ad una sensazione, al “stiamo insieme finché dura”, ma di viverla con un fine inteso come PROGETTO.
E siamo partiti. E abbiamo continuato; ma non è stato per niente facile. Perché, diciamocelo chiaramente, non è mai facile scegliere tutti i giorni -e dico tutti i giorni- la stessa persona. Non è facile quando in quella persona, ai tuoi occhi i difetti prevalgono sui pregi, quando ti lasci sopraffare da ciò che senti o non senti, da ciò che ti piace o non ti piace.
L’errore sta nel credere che essere innamorati ed amare coincidano. Da una parte c’è l’emozione della conoscenza di quella persona, di tutte le sensazioni che si provano in sua presenza, e anche in sua assenza; dall’altra c’è la capacità di guardarlo e volerlo aldilà di ciò che mi dà, di ciò che ha…
E viene da sé capire che l’uno si basa su una sensazione, l’altro si basa su una scelta.
E quando ci siamo trovati di fronte all’incapacità di amarci per quelli che eravamo, che siamo, siamo rimasti insieme -nella Fedeltà- per imparare a farlo. Ed eccoci, alla fine è andata, e siamo arrivati al giorno in cui abbiamo deciso la data del nostro matrimonio. E non tanto come “giorno in cui sposarci”, ma come data entro cui domandarci in quale direzione portare il nostro fidanzamento. Ed è qui che, quando mi chiedono la data del nostro matrimonio, la risposta -quasi sempre- è: “Da qui ad un anno fate in tempo a lasciarvi, siete innamorati!”.
Io faccio le cosiddette “spallucce”; le motivazioni che ci hanno spinti a decidere di sposarci, sono state proprio i dubbi che nutrivamo l’uno per l’altra, e verso noi stessi. È stato il non sapere di voler continuare la nostra vita insieme, che ci ha fatto decidere di continuarla. È un paradosso, ma tutto in questo lo è stato: la scelta di una data più di due anni prima e senza una proposta vera e propria, l’uno a qualche mese dalla laurea, l’altra all’inizio del percorso universitario, entrambi senza lavoro; la scelta di un abito 400 giorni prima…
Quando si è di fronte a dei dubbi esistenziali, c’è da chiedersi se si è disposti a fare -INSIEME- un salto nel vuoto. C’è da chiedersi se si è disposti a volere di più, a volere “ […] la parte destra della barca” (Gv 21,6), ma anche a dare di più; se si è disposti ad andare oltre a tutto ciò che ci sembra di sentire o non sentire.
Perché le sensazioni vanno e vengono ma l’Amore, quello fatto di scelte, anche rischiose, quello resta.
Fra voi però non è così; ma chi vuol essere grande tra voi si farà vostro servitore, e chi vuol essere il primo tra voi sarà il servo di tutti. Il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti».
Il Vangelo di questa domenica è da leggere e meditare tutto, come sempre. Quello su cui noi sposi dobbiamo maggiormente soffermarci sono le ultime quattro righe. Quelle senza dubbio più indigeste. Essere il servo di tutti. Essere il servo della persona che amiamo. Sembra una richiesta ingiusta. Qualcosa che nulla ha a che vedere con l’amore. Ricorda maggiormente l’essere usati. l’essere soggiogati, l’essere sfruttati. E’ vero spesso succede questo. Spesso l’egoismo umano porta la parte più forte della coppia a sottomettere l’altra. Questo non è amore. Questo non è quello che ci sta chiedendo Cristo. Gesù ci chiede di farci servi. E’ vero. C’è però una grande differenza. Lui ci chiede di farlo liberamente, di servire in libertà e piena volontà. Non per l’egoismo dell’altro. Non per la prepotenza dell’altro. Solo per amore. Solo per dare concretezza a quella promessa che abbiamo donato al nostro coniuge il giorno del matrimonio. Nessuno ci ha obbligato. Nessuno ci deve obbligare a servire. Così il più forte si farà servo. Non il più debole! Il più forte! Il primo! Quello più avanti dei due. Questo è il paradosso del Vangelo e del messaggio di Gesù. Dio, la potenza assoluta, che si fa servo fino a lavare i piedi di persone indegne. Il più forte che si fa servo non diventa vittima di una prepotenza. Lo sarebbe il più debole. Il più forte che si fa servo diventa sostegno per il debole e per il povero. Il forte che si fa servo diventa forza per l’altro/a. Tutte le volte che il nostro sposo (sposa) è debole. è fragile, è incapace di amare, ricordiamoci di questo passo del Vangelo. L’essere più forti, più giusti, più bravi, non ci dà il diritto di far pesare l’errore e l’atteggiamento sbagliato dell’altro/a. Questa non è correzione fraterna, ma solo ergersi a giudice e a persona migliore. L’essere più forti è innanzitutto responsabilità. E’ il dovere di abbassarci e farci servi di chi è più debole e più fragile. Solo così, dopo esserci fatti misericordia e accoglienza, avremo l’empatia necessaria, la strada aperta verso il cuore dell’altro/a, per condurlo a comprendere i suoi errori. Questa è la vera correzione fraterna. L’unica che può aiutare il nostro coniuge a progredire verso la strada della salvezza.
[1]Come sei bella, amica mia, come sei bella!
Gli occhi tuoi sono colombe,
dietro il tuo velo.
Le tue chiome sono un gregge di capre,
che scendono dalle pendici del Gàlaad. [2]I tuoi denti come un gregge di pecore tosate,
che risalgono dal bagno;
tutte procedono appaiate,
e nessuna è senza compagna. [3]Come un nastro di porpora le tue labbra
e la tua bocca è soffusa di grazia;
come spicchio di melagrana la tua gota
attraverso il tuo velo. [4]Come la torre di Davide il tuo collo,
costruita a guisa di fortezza.
Mille scudi vi sono appesi,
tutte armature di prodi. [5]I tuoi seni sono come due cerbiatti,
gemelli di una gazzella,
che pascolano fra i gigli. [6]Prima che spiri la brezza del giorno
e si allunghino le ombre,
me ne andrò al monte della mirra
e alla collina dell’incenso. [7]Tutta bella tu sei, amica mia,
in te nessuna macchia.
Proseguiamo con il terzo poema del Cantico. Dopo aver visto nel precedente articolo il corteo nuziale, arriviamo finalmente all’incontro. Entrano nella casa nuziale e lo sposo sempre più impaziente, il re, può disvelare, togliere il velo alla sua amata. L’articolo precedente ci ha riportato alla memoria l’ingresso della sposa in chiesa. Il primo momento del rito del matrimonio. Oggi il Cantico ci riporta alla prima notte di nozze, il secondo momento del rito del matrimonio, quello che pone il sigillo all’unione. Ci riporta alla prima unione fisica. Quello che racconta il canto del poema è proprio lo sguardo di meraviglia dello sposo che pone lo sguardo sulla sposa. Una meraviglia che ogni sposo, credo, abbia potuto sperimentare. Una meraviglia che ancora oggi, dopo anni, può commuoverci. Una meraviglia che non passa, che si trasforma e, se possibile, diventa ancora più forte, perchè la bellezza si nutre di amore. Il suo non è uno sguardo di concupiscenza, non è uno sguardo che si sofferma sulla donna per dare soddisfazione alla propria cupidigia, trasformando la sposa in oggetto. Lo sguardo del Re è uno sguardo di meraviglia, è uno sguardo carico di Eros, ma non solo, è uno sguardo che permette alla sua sposa di sentirsi bella, la più bella, e che permette all’amata di sentirsi a proprio agio davanti al proprio sposo anche se denudata, perchè lo sguardo del suo re non viola la sensibilità della stessa facendola sentire aggredita, ma, al contrario, ne esalta la femminilità e accresce in lei il desiderio di incontrare il proprio sposo sempre più profondamente con tutto il suo corpo e tutta la sua anima. Lo sguardo prepara la donna all’unione totale con il suo sposo. Il Cantico non nasconde con moralismo l’eros e la corporeità degli sposi, ma li esalta in un contesto di purezza e verità che nulla hanno di volgare e pornografico.
L’uomo, attraverso uno sguardo casto ed erotico nello stesso tempo, non si limita a guardare un corpo, ma il suo sguardo vorrebbe penetrare nell’anima della donna in profondità, per realizzare un’esperienza di bellezza piena e di stupore autentico.
Uno sguardo casto permette tutto questo e, solo purificando il nostro sguardo da pornografia diretta o indiretta, riusciremo a guardare con gli occhi del re la nostra donna e farla sentire bella e femminile e non solo un oggetto di piacere.
Uno sguardo inquinato viola la donna e, presto o tardi, rovinerà uno dei momenti più intensi e belli del matrimonio, l’amplesso fisico, limitando tutto a un superficiale piacere fisico. Non riuscendo a vedere oltre il corpo, gli sposi non riusciranno a vivere quella esperienza di bellezza e di pienezza che il Cantico indica non solo possibile ma da ricercare.
Cosa vogliamo essere per nostra moglie, il Re che la fa sentire bella e desiderata o il ladro che viola la sua intimità per soddisfare le proprie voglie?